lunedì 30 settembre 2013

LETTERA A MIO PADRE ABUSANTE

LETTERA A MIO PADRE ABUSANTE


Ho ricevuto da Renata,  che seguo in psicoterapia,  il seguente  testo  significativo che rappresenta una svolta nel suo percorso di consapevolezza e di cambiamento. Mi ha autorizzato a pubblicarlo. Renata  è una donna coraggiosa ed ammirevole che viene da una storia terribile. Spesso ella dubita della possibilità di uscire dal suo trauma, ma sulla base della mia esperienza clinica e sulla base della conoscenza delle risorse di questa persona sono certo che ce la farà.  Il testo di Renata è una lettera al padre,  un testo che le  ha fatto compiere un salto di qualità nel cammino di guarigione che coincide con il recupero dell’infanzia rimossa.  Certamente è indispensabile che Renata prosegua  l’impegno iniziato di rigoroso riattraversamento emotivo e narrativo della vicenda traumatica con il superamento delle rimozioni e delle dissociazioni della memoria,  a cui ella inevitabilmente è ricorsa nella propria infanzia ed adolescenza per proteggersi dalla sofferenza e per sopravvivere.

Ripeto spesso l’affermazione di Bion che ricorda che la mente umana ha bisogno di verità  come l’organismo ha necessità di cibo.   Solo  la verità – anche sul piano clinico –  può rendere liberi, come ricorda l’apostolo Giovanni. Il  processo di uscita dal trauma necessita di un percorso paziente di rielaborazione della realtà dei fatti così come sono stati vissuti ed interiorizzati dalla vittima. Il percorso di guarigione passa attraverso il recupero più schietto e crudo possibile delle umiliazioni e delle violenze subite e attraverso una ricostruzione,  dotata di senso,  degli eventi traumatici che sono stati memorizzati in modo frammentato e confuso, che sono stati oggetto della negazione e della manipolazione da parte dell’adulto violento , che sono stati deformati dall’impotenza,  dalla confusione della vittima stessa  e della sua fascinazione  difensiva nei confronti del genitore abusante.
Mi è capitato di leggere un articolo di Marco Vitale su “Il fatto” del 2 agosto dove si descriveva un concetto del pensiero greco:  la “parresia”.   “La parresia – scrive Vitale -  è, in poche parole, il coraggio della verità di colui che  sa assumere il rischio, malgrado tutto, di esprimere l’intera verità che ha in mente, anche se ciò può reagire negativamente l’interlocutore”.


Il soggetto traumatizzato deve imparare a parlare schietto, a dirsi e dire la verità, deve imparare il linguaggio della chiarezza e dell’autenticità , ricostruendo quanto accaduto nel corso della vittimizzazione,  anche se questo può generare sofferenza  al genitore esterno, al genitore interno e anche alla bambina che ancora vive dentro il sé, cioè dentro la mente della vittima stessa,  una bambina  che stava troppo male nel corso dell’abuso per percepire la verità tremenda di quanto stava avvenendo.  La testimonianza di Renata,  è un esempio  di “parresia”, di un salutare, coraggioso  e curativo La testimonianza di Renata,  è un esempio  di un  salutare, coraggioso  e curativo linguaggio di franchezza e liberazione.    


LETTERA A MIO PADRE ABUSANTE

Violenza anziché amore

TI DIMENTICHI 
che tu sei la causa del mio malessere
che tu mi hai cresciuto con falsi sorrisi e cazzi passati per coccole,
che mi hai tenuto senza soldi dicendo che non ce n’erano, ma guarda caso mancavano sempre per ciò di cui avevo bisogno io;
che mi hai deliberatamente lasciato nella solitudine persecutoria di mia madre così avevi più spazio di manovra per le tue porcate,
che mi hai sempre tenuto nel silenzio e nell’omertà più assoluta, non diciamo niente a mamma altrimenti si arrabbia (e io sapevo cosa voleva dire che me le prendevo io bastardo!)
ADESSO mi chiedi cosa puoi fare?

Sesso anziché carezze

Mi è tornato in mente (non ricordo l’età) che con la lingua ti leccavi il dito e me lo mettevi nel sedere prima di metterci il tuo cazzo duro di merda. Altro che piacere, si certo mi piaceva ma PER FORZA NON AVEVO ALTERNATIVE NON CAPIVO DI POTERNE AVERE. Ho sofferto di ogni genere di disturbi somatici, obesità, mal di testa fino a 18 anni, poi di mal di stomaco che si sono tramutati in gastrite e per finire sono stata ricoverata in ospedale psichiatrico e  tu non sei salito neanche una volta a trovarmi in diversi  mesi che sono stata lì. Non dormivo, non mangiavo, non vedevo nessuno  e volevo solo MORIRE e questo ti sembra NORMALE?
Questa è la felice normalità che tu e mia madre mi avete regalato di cui parli, quando sostieni che siete stati i migliori genitori del mondo?

Rapporti sessuali al posto dell’affetto

L’affetto è  ciò che mi hai negato e che di conseguenza ho negato a quel tesoro di mio figlio che ho tenuto lontano per anni con la paura inconscia di abusarlo a mia volta. Non ho potuto tenerlo tra le braccia con tenerezza o allattarlo con amore. Non ho potuto tenerlo con me, vicino, avevo paura tremavo. Ancora adesso tremo, tremo perché ciò che ho vissuto è tremendo, nessuno vuole sentirlo, nessuno vuole sapere, tanto meno chi lo compie. E ora dopo essere stata depredata della mia vita vicino a me non c’e’ nessuno sono sola, sola. Solo con gli ATTACCHI DI PANICO, sola con i conti che non tornano mai, sola  con i patemi dei miei figli, i loro bisogni, i miei bisogni,  gli attacchi del mio ex marito  e di tutte le persone (tu in cima) che a cuor leggero ridono o ignorano il dramma di una persona che è stata abusata sessualmente.
Il tuo cazzo ti tirava e non avevi neanche il coraggio di andare a cercarti una donna al punto che hai riversato la tua cupidigia sessuale su di me e poi mi hai convinta per tantissimi anni che lo avevo voluto io!!!!  Bella trovata e ora  io passo la mia vita a sentirmi in colpa di tutto oppure a stare male come un cane.

Omertà al posto dell’apertura

La tua falsa apertura nei confronti delle mie richieste era calcolata. Accettavi e condividevi (almeno così mi sembrava) tutto ciò che non mi permetteva  mamma,  i miei amici, il fumo, i ritardi, etc… ma non era vero era solo per paura che io potessi parlare. Fingevi di accettare per comprare la mia omertà. Bastardo! Quando eravamo solo noi tre avevi paura a difendermi o ti faceva comodo che mia madre se la prendesse con me piuttosto che con te, non hai mai preso le mie difese ne dalle botte, tantomeno dalle ingiurie e dalle cattiverie, figuriamoci dall’invidia, anzi ad un certo punto, quando ho cominciato a ribellarmi e tu hai capito che tua moglie non ti avrebbe fatto niente perché era succube e ormai troppo malata, sei diventato stronzo come lei. Poi però i sensi di colpa ti attanagliavano almeno fino a quando lei non è morta, da lì hai iniziato a mostrare veramente la tua insofferenza, la tua indifferenza e


Bastardaggine anziché genitorialità

Quando venivo nel VOSTRO letto volevo coccole vere e proprie coccole, abbracci, baci,  non SESSO. Magari potevo desiderare di sfiorarti, di conoscere, di capire le mie pulsioni, non sicuramente baci in bocca, mani nella vagina o rapporti sessuali o sperma in bocca o tutto ciò che avviene in un rapporto sessuale e non tra un papà e sua figlia.
Hai inquinato la mia fiducia, non posso stare sola con un uomo che non sia vestito che mi viene il panico, non posso vedere un papà e una bimba senza pensare che tutti i papà sbavano per le loro figliolette e ci ho messo proprio tanti anni per capire che non tutti i papà picchiano le loro bimbe con il cazzo e che la tua violenza era uguale se non peggiore alle botte di mamma!
Non posso sapere cosa vuol dire avere un papà affettuoso che poi non ti chieda sesso in cambio del suo affetto. Che dolore,  che dolore! Che tristezza! Che malessere!

Renata 

TAGLIARE LE RADICI DEI RICORDI?



Una lettera da Antonia
Tagliare le radici dei ricordi?


“Mi è capitato di leggere su una rivista “Riza psicosomatica” un articolo che mi ha disorientato e anche fatto arrabbiare. Sono stata attirata da un titolo in copertina: “Come superare i traumi del passato”. Poi ho letto in una pagina interna: “Taglia a poco a poco le radici dei ricordi. Non parlarne più.”   Ho subito un lungo abuso da mio zio quando ero bambina e che sto portando avanti da oltre due anni una psicoterapia con tanta fatica economica e di testa. All’interno di questa terapia  sono riuscita a guardare in faccia al  ricordo della violenza che ho subito e che non ho mai dimenticato, ma che avevo in qualche modo messo da parte e minimizzato, perché non riuscivo a collegare tanti problemi, tante insicurezze e tante paure che si manifestavano dentro di me all’abuso di cui sono stata vittima. Ho impiegato parecchio tempo per trovare la forza e il coraggio per parlare ai miei genitori di quello che mi è successo ed è stata una grande liberazione accorgermi che soprattutto mia madre ha reagito bene a questa comunicazione: non solo non s’è  suicidata né è impazzita, come temevo in qualche angolo della mia mente, ma mi è stata in qualche modo vicina. Ma la scelta più importante e faticosa è stata di parlare del mio abuso con il mio fidanzato conosciuto da appena un anno, ma capace di farmi vivere un sentimento  che non avevo mai conosciuto.  La mia  terapeuta mi ha incoraggiato molto a muovermi in questa direzione.    Ora leggo che bisognerebbe tagliare le radici dei ricordi, non parlandone più.  Il testo così proseguiva “Non coinvolgere in questa atmosfera il tuo mondo esterno alla famiglia (ad esempio un nuovo partner, amici appena conosciuti, colleghi), sia fisicamente che attraverso le tue confidenze. Ciò ti consentirà di viverti più liberamente di mostrarti diverso rispetto al solito ruolo familiare e di non sentirti giudicato da chi non può capire”. Allora sarebbe tutto sbagliato il mio percorso? Mi chiedo come è possibile che degli psicologi possano suggerire di non parlare più dei traumi del passato.                                              
            
 Antonia 

Non mettere il silenziatore ai ricordi e alle emozioni del trauma

Cara Antonia,

            lei ha avuto tanta fortuna a trovare una terapeuta capace di vicinanza e di sostegno e che l’ha incoraggiata ad esplicitare ai suoi familiari e al partner la propria vicenda, per sottrarla ad un silenzio che avrebbe rischiato di alimentare e di prolungare all’infinito la tendenza, tipica di ogni vittima, a guardare con un  senso di indegnità e di colpa alla propria esperienza traumatica, mantenendola nell’area dell’indicibilità.
Ora, se lei avesse intenzione di parlare con il suo nuovo partner della propria vicenda infantile per attirare l’attenzione su di sé in modo vittimistico o manipolativo, ovviamente non andrebbe bene. Ma se invece gliene vuol parlare, come mi sembra, per aprire un terreno di comunicazione autentica sulle vostre storie per poter imparare a condividere meglio i problemi e per potenziare l’intimità, è una scelta semplicemente straordinaria, su cui non deve dubitare.    

Comunicare le proprie esperienze traumatiche all’interno della coppia diventa in questo caso un modo per ottenere conforto, per farsi conoscere e nel contempo per conoscere il suo partner, per verificare se dispone di quella comprensione emotiva che sarà così indispensabile nel cammino futuro della coppia. Ovviamente, come si suol dire,  a buon rendere … Siccome anche il suo partner viene da questo mondo e non certo da un pianeta dove l’infanzia scorre priva di problemi e sofferenze, toccherà a lei assumere il medesimo atteggiamento di ascolto empatico quando emergeranno punti di ferita emergenti dalla storia del suo fidanzato.
Cara Antonia, le persone che come lei sono state vittima di un abuso infantile e con grande impegno e coraggio hanno incominciato a scalare la montagna dell’elaborazione del trauma per liberarsi dai danni  che hanno subito devono imparare a procedere sulla propria strada senza curarsi delle aree di indifferenza, di insensibilità  e di ignoranza che circondano il fenomeno della violenza sui bambini e che si estendono alle problematiche dei soggetti traumatizzati.  Queste aree purtroppo sono diffuse anche nel mondo della psicologia.  Se così non fosse le violenze fisiche, psicologiche e sessuali ai danni dell’infanzia non sarebbero tanto consistenti  e le esperienze traumatiche dei bambini e degli adulti non sarebbero destinate, come purtroppo accade, a trovare raramente risposte terapeutiche adeguate.
Con un progresso molto lento e faticoso,  ma inarrestabile, sta crescendo la consapevolezza che le esperienze traumatiche ed avversive, subite nell’infanzia e nell’adolescenza,  producono le conseguenze più deleterie  nella misura in cui non possono essere messe in parola e condivise all’interno di relazioni con adulti capaci di comprensione e di empatia. Le resistenze a questa consapevolezza sono tuttavia molto forti: la tentazione di fronte alle sofferenze traumatiche di ricorrere al vecchio adagio “mettiamoci una pietra sopra” è molto forte. E’ la strada immediatamente più semplice e meno gravosa: sia per chi ha subito l’esperienza traumatica ed avversiva, in quanto si risparmia così il dolore di riviverla e di accettare di averla subita, sia per chi è chiamato ad ascoltarla (magari in quanto psicologo), in quanto si risparmia la fatica di condividerla e di aiutare la rielaborazione.  Dunque, Antonia, non si stupisca,  se trova affermazioni  come quelle da lei riportate in campo psicologico. “Non ti curar di lor, ma guarda e passa”, scriveva Dante Alighieri. Le auguro di  imparare ad essere più convinta della strada intrapresa e nel contempo ad accettare (che non significa condividere!) e comprendere  le ragioni difensive per cui la maggior parte delle persone (tra cui un numero notevole di psicologi) preferiscono mantenere l’illusione che la soluzione migliore di fronte ai trauma sia quella di seguire la strada difensiva più immediata e  facile, che è quella di illudersi che sia possibile sforzarsi di dimenticare, non parlandone più e  tagliando le radici del ricordo.
Le dico poi che sono andato a cercarmi la rivista che lei citata. “Riza psicosomatica” ha avuto una funzione storica meritoria in Italia nel sensibilizzare alla conoscenza dei disturbi psicosomatici. Non condivido tuttavia la scelta di confondere il messaggio della psicoterapia e della cura di sé con il messaggio seduttivo della pubblicità. Il numero in questione è dedicato all’autostima con un titolo accattivante: “L’autostima. Trovarla è semplice. Così realizzi ciò che vuoi”. Non credo che con una sana autostima si possa realizzare ciò che si vuole, anche perché una sana autostima consente di riconoscere meglio i propri limiti soggettivi e i limiti dell’essere umano in generale.  Inoltre ritengo illusoria e pericolosa l’idea che sia semplice ed immediato imparare a regolare la propria autostima: per un soggetto che ha subito esperienze traumatiche o avversive (il 75% della popolazione femminile a giudicare dalla ricerca citata e la situazione non mi sembra affatto migliore per quella maschile!) può essere il risultato di un percorso di maturazione di lunghi anni, può essere l’obiettivo di un’intera esistenza.
Per ripristinare l’immagine di sé danneggiata ed inquinata non mi pare ci siano alternative alla ricerca di una strada che consenta di tornare con il pensiero e con la parola al passato assieme a qualcuno che sia in grado di incoraggiare e non di scoraggiare la memoria,  fin tanto che non si riescano a contattare e a sciogliere tutti i nodi della sofferenza traumatica sperimentata.

C’è da dire che i traumi del passato, a cui si riferisce l’articolo che l’ha colpita ed infastidita, non hanno nulla a che fare con i traumi reali che portano consapevolmente o inconsapevolmente schiere  di individui in psicoterapia: abusi fisici e sessuali patiti  nell’infanzia, atteggiamenti di rifiuto, disprezzo, umiliazione, colpevolizzazione sperimentati nella famiglia di origine, messaggi angoscianti, compiti impossibili, legami confusivi e vincolanti un tempo interiorizzati,
maltrattamenti psicologici e morali, forme varie di violenza assistita, ecc…
L’articolo si riferisce più ai traumi che gli adulti cercano di scaricare sui bambini, piuttosto che ai traumi nell’infanzia e nell’adolescenza che bussano insistentemente nella vita adulta e che chiedono di essere ricordati e rielaborati. Alcuni passaggi sono interessanti: “Ci sono famiglie in cui … una grave malattia di uno, seppur superata, tiene tutti i familiari in uno stato di allerta da molti anni; oppure c’è un gran segreto, qualcosa di grosso avvenuto tanti anni fa (tradimenti, rotture parentali, guai con la giustizia) di cui non si può parlare, ma di cui tutti sentono l’inquietante presenza …  la vita della famiglia è bloccata da questo eventi ogni membro sembra dover pagare un prezzo per quanto accaduto: ad es. un figlio non riesce a concedersi ciò che i genitori non hanno avuto perché gli sembra di far loro un torto ”. Il titolo dell’articolo avrebbe dovuto coerentemente essere: “Non fatevi condizionare dai ricatti del passato familiare!”
In queste  situazioni certamente il figlio deve rompere con il passato, nel senso di rompere con i vincoli di dipendenza dai propri genitori, ma anche in questo caso egli ha esigenza di ricordare e non di dimenticare quanto ha sofferto per il clima familiare opprimente, ha bisogno di parlare e di essere ascoltato, magari anche dal suo partner, oltre che dal suo psicoterapeuta,  ha necessità di un impegno di comunicazione e di consapevolezza prima ancora che uno sforzo di volontà.

L’articolo è  comunque molto confusivo.  I due titoli che compaiono sono molto contraddittori: da un lato “Non farti più frenare dai traumi del passato”, dall’altro “Taglia a poco a poco le radici dei ricordi. Non parlarne più”. Quest’ultimo messaggio molto netto sembra proporre la dimenticanza, la negazione, l’atto volontaristico piuttosto che l’elaborazione.
E’ vero dunque che esistono traumi familiari antichi che sono usati dagli adulti per scaricare sui figli il costo di una loro incapacità a ricordarli ed ad affrontarli. Ed in queste situazioni  i figli in effetti devono cercare di prendere le distanze  da quel passato, perché i traumi in questione non sono i loro e perché rischiano di restarne invischiati.
E’ vero inoltre che in qualche paziente può manifestarsi una modalità di parlare del passato finalizzata non già a far emergere le emozioni bloccate e farle fluire, bensì per alimentare un atteggiamento depressivo, vittimistico o rivendicativo.
Ma il messaggio dell’articolo, così come il messaggio di molta cultura psicologica rimane molto disorientante perché  nasconde e mistifica una verità fondamentale, quella che è ben sintetizzata da Cermak e Brown: « Nessun dolore è tanto intenso quanto il dolore che si rifiuta di affrontare, nessuna sofferenza è tanto duratura quanto la sofferenza che ci si rifiuta di riconoscere»

Claudio Foti 

METTERE IN PAROLA IL TRAUMA: ALCUNE SLIDES

METTERE IN PAROLA IL TRAUMA: ALCUNE SLIDES



Il bisogno di mettere in parola la sofferenza in generale e la sofferenza post-traumatica in particolare:

  •      è universale;
  •      ha una base psicobiologica ed effetti psicobiologici;
  •      è una modalità adattativa con cui la specie umana affronta ed elabora socialmente la sofferenza
  
                                                                                                

Frequente ed  irresistibile bisogno di parlare dei sopravvissuti
      
        RAPPORTO TRA AUTONARRAZIONE E SOFFERENZA PSICHICA
        ANALOGO AL RAPPORTO TRA FEBBRE E MALATTIA INFETTIVA
                                                                                            (Stiles et al, 1992)

                                                                                                  

 AUTONARRAZIONE   DELL’ESPERIENZA TRAUMATICA ED AVVERSIVA  

     AUTORIFLESSIONE,

     CONSAPEVOLEZZA,

     MIGLIORAMENTO DELLA CONNESSIONE TRA STORIA, PENSIERI E SENTIMENTI

     ATTRIBUZIONE DI SENSO

     ORGANIZZAZIONE E RIORGANIZZAZIONE DEL SE’

                                                                                                                                                             copyright Claudio Foti, 2003

    
NARRAZIONE DEL TRAUMA ED EFFETTI SULLA SALUTE
   Ricerca di Pennabeker

   Gruppo sperimentale: si chiede ai partecipanti al gruppo sperimentale scrivere per 15 minuti un resoconto anonimo di esperienze traumatiche

    Gruppo di controllo: si chiede ai partecipanti di scrivere su argomenti non coinvolgenti

 

    RISULTATI

Nelle ore successive all’esperienza della scrittura  nel gruppo sperimentale si osserva:
umore peggiorato, emozioni d’infelicità, spossatezza.
   
A medio termine:  
effetti benefici sull’equilibrio psichico fisco di chi ha esplicitato e riattraversato le espe- rienze  traumatiche. Si registra nei partecipanti un effetto positivo sui marker ematici delle funzioni immunitarie.

                                                                                                    

    Alcune ricerche (Gidron, et al. 1996):

    se gli EFFETTI DI DISORGANIZZAZIONE provocati dal trauma sono ANCORA ATTIVI , la rievocazione e il racconto non  contribuiscono a migliorare lo stato emotivo  e le condizioni psicofisiche
BAMBINI SOTTO L’EFFETTO DEL DPTS (Disturbo post-traumatico da stress) VANNO CURATI  PIU’ CHE ESPOSTI A   CONDIZIONI STRESSANTI NELLE QUALI SI RISCHIA:

-        IL RACCONTO RISULTERA’ INCOMPLETO E IMPRECISO

-        L’ESPERIENZA FONTE DI FRUSTRAZIONE E NUOVA SOFFERENZA

-        CONFERMA IMMAGINE DI SE’ CONFUSA ED IMPOTENTE

                                                                        (DI BLASIO, 2001)











UN ABUSO AI TRE ANNI NEGATO E MINIMIZZATO

UN ABUSO AI TRE ANNI NEGATO E MINIMIZZATO


Riprendo una mail inviata da Rebecca al forum “CURARE IL TRAUMA E’ POSSIBILE!” che ho lasciato in sonno per parecchio tempo. E’ la mail buona per riprendere  ad avvivare e ad alimentare il blog.
Sono in fase di sperimentazione e dunque proverò  all'interno di questo blog a  riprendere le sollecitazioni, le questioni le emozioni circolate nel forum CURARE IL TRAUMA E’ POSSIBILE!”

Ecco la mail di Rebecca.
   
"Buongiorno. Sono finita per caso a leggere questo forum.....anzi no per caso non succede mai niente!. Non so se questo forum è ancora attivo ma per me fa lo stesso.
Sto per compiere cinquant'anni. Da circa un anno ho "scoperto" di essere stata abusata all'età di 3 anni. Ed è per questo che sto scrivendo. Cinque anni fa è morta mia mamma. Da dodici anni è invece morto mio padre. Dopo la morte di mia madre ho iniziato una psicoterapia per affrontare il lutto , ma da questo lavoro è invece emerso in modo chiaro e lampante il vero problema della mia vita intera: l'abuso.
All'età di tre anni un amico di mio padre, durante un momento di festa famigliare , mi ha messo le mani addosso, anzi mi ha messo le mani dentro.......Mio padre e mia madre hanno reagito forse con l'unica modalità che conoscevano o con l'unica che sono stati in grado di mettere in atto: hanno negato. O meglio hanno minimizzato, hanno nascosto a tutti e a se stessi la gravità della cosa, hanno fatto finta che non fosse successo niente pensando che l'episodio non fosse così grave. Hanno pensato che tutto ciò non avrebbe portato conseguenze nella mia e nella loro vita.
Dopo quell'episodio la mia vita è scivolata via regolare.......sono stata riempita di affetto e attenzione, sono stata la cocca di famiglia, quella che doveva essere coccolata e difesa. Mio padre ha messo in atto una strategia di difesa nei miei confronti e nei confronti di mia sorella, verso i pericoli dell'esterno, con una politica di chiusura e di "messaggi" verso il pericolo esterno che mi ha portata ad avere paura degli altri ed in particolare delle persone dell'altro sesso. Per contro ci ha cresciute con una rigidità educativa che ha plasmato il mio carattere e il mio modo di essere in modo indelebile: non mi sono mai concessa sgarri, infedeltà, errori....non era previsto. Mia madre invece ha svolto il suo ruolo di fonte di affettività , anche se di un'affettività poco fisica, poco fatta di abbracci, baci e coccole. Nella mia famiglia sono cresciuta in un ambiente in cui il dimostrare emozioni, il lasciarsi andare, l'andare oltre certe regole non era previsto.......
Ed io? Io ho iniziato ad avere mal di testa all'età di cinque/sei anni, con l'inizio della scuola elementare ( anche perché alla scuola materna non mi hanno mandato.....). Ed ho convissuto con questo sintomo sino ad oggi......
Oggi dopo un lungo cammino psicoterapico e individuale fatto di tanti tasselli e di tante esperienze, sono arrivata ad un punto che non vuol essere di arrivo, anche perché credo che nella vita non possiamo mai pensare di essere arrivati da qualche parte. Un punto di maturazione, di consapevolezza: io sono stata abusata e non sono stata protetta.
In questi ultimi mesi di lavoro e di riflessione il mio pensiero , dopo aver rivisto e riletto tutte le vicissitudini della mia vita e della vita della mia famiglia, quella d'origine e quella attuale, alla luce di questo segreto che ho scoperto e che è solo mio per il momento...., dicevo il mio pensiero è rivolto a due aspetti:
- il segreto: ho condiviso questo segreto solo con la mia psicoterapeuta e con nessun altro.......sento che è giusto per me così, ma potrebbe invece essere una forma di difesa: come dire devo rivelare al "mondo" questo segreto o devo tenerlo per me?
- il perdono: è possibile che una via d'uscita o di interpretazione per me possa essere il perdono? Il perdono verso mio padre e mia madre, che non mi hanno protetta? Il perdono verso il colpevole di tutto ciò? Il perdono come meccanismo per rimettermi in contatto con l'energia dell'amore? come strumento per alleggerire il mio bagaglio?
So che tutte queste riflessioni aprono tante vie d'uscita e so che non ci sono risposte univoche........Ma scrivere aiuta........Grazie dell'ascolto comunque......"
Rebecca

Cara Rebecca, con la sua mail il sito “Curare il trauma è possibile! riprende la sua attività. Non è semplice dare continuità alle mie risposte ai vari interventi che pervengono. Mi limiterò in molti casi a brevi commenti.

La sua testimonianza è particolarmente lucida e sembra rivelare che è stato svolto un ottimo lavoro psicoterapeutico.
“Mio padre e mia madre hanno reagito forse con l'unica modalità che conoscevano o con l'unica che sono stati in grado di mettere in atto: hanno negato. O meglio hanno minimizzato, hanno nascosto a tutti e a se stessi la gravità della cosa, hanno fatto finta che non fosse successo niente pensando che l'episodio non fosse così grave.”
Negazione e minimizzazione sono in effetti le reazioni difensive che risultano ancora le più frequenti di fronte al  compito di riconoscere la gravità dell’abuso sessuale su un bambino e i suoi inevitabili effetti, che si moltiplicano in misura direttamente proporzionale a quanto l’abuso tenda a non essere ascoltato e i suoi possibili danni  tendano a non essere considerati.
Negazione e minimizzazione non solo nella famiglia, ma nell’ambito stesso della comunità degli psicologi, dei medici, degli educatori , degli operatori minorili continuano ad esercitare il loro fascino di sistemi che tendono a risolvere il problema sopprimendone la percezione.

La sintesi che compie è comunque molto efficace e mi complimento con lei: “Oggi dopo un lungo cammino psicoterapico e individuale fatto di tanti tasselli e di tante esperienze, sono arrivata ad un punto che non vuol essere di arrivo, anche perché credo che nella vita non possiamo mai pensare di essere arrivati da qualche parte. Un punto di maturazione, di consapevolezza: io sono stata abusata e non sono stata protetta.”

Mi viene innanzitutto da precisare, ma credo che lei ce l’abbia chiaro a giudicare dalle riflessioni che compie,  che  “il vero problema” della sua vita “intera” non è stato l’abuso, ma come la sua famiglia e dunque la sua mente ha reagito all’abuso.
La questione del perdono, così come la pone,  è troppo complessa per affrontarla nella sua generalità  e nei suoi diversi aspetti. Mi viene solo da dire che il perdono non può precedere la comprensione, ma procede dalla comprensione. Quando s’è realizzato un contatto mentale pieno e consapevole con la propria storia, con il proprio dolore e la propria rabbia ed anche il proprio odio inespresso, quando si è raggiunta un’elaborazione sufficiente e nel contempo la funzione di consapevolezza è lucida sullla dimensione del presente e sulla dimensione del passato-nel presente l’“energia dell’amore” per riprendere la sua espressione  si potenzia sicuramente. Un perdono ricercato invece per ragioni ideologiche o moralistiche in modo prematuro e sostitutivo rispetto ai processi di elaborazione rischia di essere elusivo e contrastante l’impegno ad ascoltare le parti del Sé ferite e sofferenti (cfr. A Miller, Il bambino inascoltato, Bollati Boringhieri).

Sul segreto posso dire che la differenza tra la sana riservatezza e il segreto patogeno è che la prima è il frutto di una libera e realistica scelta, il secondo è una necessità, accompagnata da angoscia e colpa: il segreto è dunque qualcosa che non si può rivelare neppure a coloro che potrebbero mostrare maggiore vicinanza e comprensione se conoscessero con maggiore autenticità la nostra storia e che noi stessi potremmo conoscere meglio se potessimo valutare il modo con cui reagiscono alle maggiori informazioni che possiamo concedere loro, nel momento in cui ci liberiamo dal peso obbligante e logorante del segreto.   

LA STANZA GELIDA E SEGRETA ADIBITA ALLA SOFFERENZA


LA STANZA GELIDA E SEGRETA ADIBITA ALLA SOFFERENZA




Scrive Gianluigi:

“Salve Dott. Foti.  Mi chiamo Gianluigi e ho 46 anni provengo da una famiglia di quelle di un tempo numerose, in tutto 7 compresi i miei genitori. Non siamo mai stati benestanti ma con fasi alterne di medio benessere e periodi di magra siamo andati avanti lo stesso.
I miei genitori forse hanno avuto un’infanzia peggiore della mia senza rendersene conto, e con il loro bagaglio personale hanno reso a me quello che a loro era stato dato. Se ci fosse un ipotetico tribunale l’unica accusa che potrei muovere sarebbe la mancata presa di coscienza di se stessi verso me e la famiglia che forse in un determinato periodo preciso della loro vita hanno pensato di avere, ma penso che ci abbiano rinunciato non credendoci, o forse non ne avevano la forza o la possibilità di chiedere aiuto.  Erano altri tempi, in ogni caso gli assolvo ma non con formula piena poiché a tutt’oggi dopo la mia curata dipendenza da eroina, la mia frequente instabilità di umore spesso mi rende poco obbiettivo nei loro confronti ma anche nella vita sociale e affettiva creandomi una forte insofferenza.
La mia storia e il mio disagio di vivere cominciano prima dell’abuso di sostanze, perché già da piccolo percepivo qualcosa in me che non riuscivo a decifrare o codificare nel senso giusto,ricordo solo molto intensamente l’assenza della famiglia e l’insoddisfazione di mio Padre da parte sua nei miei confronti e non solo. Mia Madre era per lui, per me c’era la rimanenza, accudimenti pratici e essenziali. Lei dipendeva da lui in tutti i sensi. Questo ha comportato penso un forte senso di abbandono e frustrazione minando forse la mia autostima e chissà cos'altro. Ogni tanto ancora dalla mia stanza gelida e segreta adibita alla sofferenza fuoriesce il triste abuso infantile di un conoscente mascherato da affetto, comprensione e considerazione. Attualmente sono ancora in cura per la mia depressione, ogni tanto mi vedo con il mio psicoterapeuta e partecipo a gruppi di terapia per la dipendenza da sostanze e ultimamente faccio parte di un’associazione di mutuo aiuto in fase di costruzione, ho deciso di scrivere in questo forum dopo aver letto il libro di Alice Miller “La fiducia tradita”, che mi ha dato degli spunti di riflessione in merito all'influenza dei nostri genitori sulla nostra vita adulta, quello che vorrei chiederle Dott. Foti e: che cosa potrei fare una volta che ho capito quanto male abbiano esercitato su di me i miei genitori e quanto il loro comportamento consapevole o non abbia influito sul mio attualmente? E come posso interrompere questo lascito genitoriale,  nonostante gli sforzi sullo stesso mio figlio, ma anche sulla mia vita affettiva. La ringrazio per l'ascolto.

Gianluigi "


Si nota, Gianluigi,  quanto lavoro deve aver fatto per poter uscire dalla dipendenza da eroina e quanto impegno e fatica deve aver comportato fare i conti con la “stanza gelida e segreta adibita alla sofferenza” che deve aver connotato la sua storia e che comprensibilmente si ritrova dentro di lei  in una parte della sua mente.   Il problema è  questo: accettare di non essere invulnerabili e che pertanto necessariamente la nostra storia lascia dei segni, dei lasciti, degli strascichi - più consistenti di quanto ci piacerebbe - ma assolutamente inevitabili, stante a come è organizzata la mente umana. Ricordare e ricostruire i passaggi più forti, gli eventi più scombussolanti, le situazioni più penose della nostra vicenda personale è una prima direttrice di lavoro – molto impegnativa e non raggiungibile rapidamente e non raggiungibile affatto senza un lungo percorso psicoterapeutico e senza tecniche sollecitanti (quali per es. lo psicodramma,  l’EMDR, la terapia senso-motoria, la mindfulness … )  .  La difficoltà consiste nel fatto che la nostra mente nell’infanzia e nell’adolescenza ha attivato congegni difensivi con cui s’è protetta dalla consapevolezza di quei passaggi, di quegli eventi, di quelle situazioni,  nei quali la sofferenza è stata maggiore e che  oggi nella vita adulta non è facile  recuperare.
Ma accanto a questa prima direttrice di lavoro che riguarda il passato, se ne apre necessariamente una seconda:  diventa indispensabile di conoscere come le situazioni del passato vivano nel qui ed ora, osservare come le presenze genitoriali risultino attive  nella nostra mente  nella quotidianità, nelle scelte dell’oggi, nelle nostre relazioni con gli altri: per es. per fare riferimento alla sua narrazione, si tratta di conoscere  come l’insoddisfazione di suo padre per lei possa, eventualmente,  essere una presenza attuale, che svaluta, critica, deprime, toglie entusiasmo nell’oggi, come la trascuratezza di sua madre possa essere, eventualmente, una modalità attuale con cui lei potrebbe tendere a trascurare se stesso, a dimenticare i propri bisogni …
I genitori interni sono elementi costitutivi della nostra struttura psichica interna, non è facile eliminarli o anche soltanto ridimensionarli senza prima conoscerli a fondo … conservano spesso un’immagine suggestiva ed idealizzata, una forza di pressione e di persuasione che con enorme pazienza occorre analizzare e contrastare … mi colpisce tra l’altro la maiuscola con cui scrive la parola Padre e Madre … potrebbe essere certamente una casualità, ma mi viene in mente che nella mente del bambino e della parte bambina della mente dell’adulto i genitori rimangono spesso associati ad una assolutezza maiuscola, ad una sacralità,  ad un piedistallo, sul quale venivano percepiti nell’infanzia dal bambino stesso, un piedistallo su cui l’adulto da parte sua volentieri si poteva collocare.
C’è poi una terza direttrice di lavoro: occorre porsi il problema di cosa tiene in vita ed alimenta le presenze  genitoriali cariche di insoddisfazione e di trascuratezza e che cosa invece può contribuire a contrastare queste presenze, a smentire i loro schemi negativi e nocivi, che cosa può attivare risorse vitali e trasformative …



Il discorso sui processi di cambiamento dunque non è facilmente sintetizzabile e risulta di particolare complessità, così come, a maggior ragione, risulta complesso lo sforzo per mettere in pratica questo discorso … il percorso di cambiamento è fattibile, ma occorre tanto sostegno da ricevere e  tanta continuità e fatica da garantire ... ma vedo Gianluigi che lei si è mosso e si muove in una direzione valida e positiva.

LA SESSUALIZZAZIONE POST-TRAUMATICA NEL BAMBINO PICCOLO

La sessualizzazione post traumatica nel bambino piccolo




Sono la mamma di un bambino di Napoli. È stato abusato sin da quando era piccolo da un mio convivente. Lui ha ammesso in qualche modo di aver abusato di mio figlio. L’ha fatto sin da quando il bambino era molto piccolo. Tutta la storia è stata una tragedia per me, ma la cosa che mi importa di più oggi è aiutare mio figlio: cosa posso fare quando mio figlio mi chiede insistentemente di lavargli il culetto e di fargli il bidet senza che neppure abbia fatto la cacca? Non ha irritazioni o problemi di alcun genere nella zona dell’ano. Possibile che sia un desiderio sessuale? Possibile che abbia un desiderio tanto particolare e perverso? In un bambino così piccolo? Può essere che sia una conseguenza di quello che ha subito? Questi interrogativi mi angosciano ed aumentano il senso di colpa per non avere impedito quello che è accaduto. Adesso oltretutto mio figlio ha già fatto la medesima richiesta ai miei due fratelli. Cosa devo fare per aiutare mio figlio?

Ida



La brutta notizia e la bella notizia.

Claudio Foti

Da quanto posso capire dalla sua lettera e dal colloquio che abbiamo avuto la possibilità di effettuare, concludo che il bambino necessita di essere aiutato in psicoterapia ad elaborare le conseguenze del trauma sessuale subito. Anche lei ovviamente deve essere sostenuta da un percorso di rielaborazione terapeutica. Anche in lei la vicenda ha prodotto un trauma psicologico che avrà effetti assai pesanti, se non ritornerà sull’accaduto, con la vicinanza empatica di uno psicoterapeuta, esprimendo tutti i sentimenti vissuti, rileggendo i fatti e accettando le proprie responsabilità, senza però appesantirle in modo autodistruttivo e dannoso sia per lei che per suo figlio.
Lei si chiede: “Possibile che sia un desiderio sessuale? Possibile che abbia un desiderio tanto particolare e perverso? In un bambino così piccolo?” Purtroppo sì. È fondamentale che lei sia sostenuta nell’impegno a sopportare la realtà sconvolgente ed impensabile dell’incesto e le sue conseguenze. La brutta notizia è che l’incesto può avere conseguenze capaci di sporcare l’immagine del Sé della piccola vittima e di condizionare pesantemente il desiderio sessuale del bambino in una direzione compiacente nei confronti del desiderio sessuale dell’adulto, tanto più lunga è stata la durata della vittimizzazione, l’età del suo inizio e la dedizione e la potenza perversa con cui l’abusante s’è dedicato alla sua opera. La bella notizia è che c’è una strada per far uscire la piccola vittima dalle pieghe del contagio perverso che lo può minacciare. Il fatto che la vicenda non abbia più risvolti penali facilita l’intervento. Mi concentro qui sulla questione del possibile atteggiamento materno che può cercare di applicare i principi dell’intelligenza emotiva nella relazione educativa con il bambino, affiancando la psicoterapia di quest’ultimo con effetti sinergici. La psicoterapia è indispensabile, ma da sola non è sufficiente, perché il bambino investe quotidianamente la madre di sollecitazioni e provocazioni che devono essere affrontate nell’immediato e non possono essere rinviate e delegate in blocco alla seduta di psicoterapia. Oltretutto in questo caso la psicoterapia non è ancora stata avviata, perché sembra in effetti molto difficile trovare nella sua zona un terapeuta capace di affrontare il trauma sessuale del bambino. Non si può attendere e lei può già iniziare a fare qualcosa. Innanzitutto le consiglio di leggersi la mia risposta alla lettera “Non piangere sulla sessualità sovrattivata nella figlia e non aspettare i 18 anni”. Nel caso di suo figlio l’abuso è stato più dannoso per l’età del bambino, per la probabile massiccia reiterazione dell’attività sessuale e per la natura affettivamente coinvolgente della relazione con l’abusante. Ma anche in questo caso occorre superare la disperazione ed essere aiutati ad intravedere realisticamente le vie d’uscita. Innanzitutto la relazione educativa nel suo complesso deve essere rivista alla luce dell’intelligenza emotiva. Le consiglio al riguardo il libro di Gottman “L’intelligenza emotiva per un figlio” (Rizzoli, 1997).
Per affrontare le conseguenze comportamentali del trauma sessuale di un bambino occorre un impegno globale sul piano educativo, teso a consentire a 360 gradi la verbalizzazione dei sentimenti, definendo un quadro di regole che prevedano tra l’altro la disapprovazione coerente di tutti gli agiti impulsivi in tutti i soggetti coinvolti nel processo educativo (dunque sia negli adulti che nei bambini) e la legittimazione di tutti i vissuti emotivi. L’obiettivo prioritario è aiutare il bambino a portare il proprio desiderio sessuale che investe la zona anale in una dimensione pensabile e dicibile nel dialogo con la madre. Questo è un punto fondamentale per contrastare i rischi che tale desiderio rimanga impensabile ed indicibile per il bambino e proprio per questo rimanga destinato ad essere desiderio insistente ed immodificabile, coattivo ed ingovernabile,  riproducendosi nell’automatismo impulsivo, sottratto a qualsiasi controllo del pensiero e della parola. La perversione sessuale è la coazione a ripetere della pulsione senza possibilità di elaborazione mentale e discorsiva. Se vogliamo contrastare l’esito perverso, dobbiamo favorire l’accesso al pensiero e alla parola del desiderio sessuale.
Esemplifico e schematizzo alcuni interventi possibili. All’interno del lavoro di sostegno terapeutico della madre queste indicazioni dovranno essere meglio chiarite ed approfondite.  “Sembra che a te piaccia farti lavare il culetto spesso o mi sbaglio? Mi fai capire meglio cosa ti piace?”. Un intervento di questo genere presuppone che la madre abbia sufficientemente elaborato l’angoscia auto colpevolizzante per l’abuso subito dal figlio e per gli effetti che ne sono derivati e che possa pertanto disporsi ad avvicinarsi con attenzione benevola ad esplorare la natura del problema, di cui il figlio è portatore, con un tono interessato e partecipe, che non manifesti grave imbarazzo per la natura anale del desiderio e che sia sufficientemente esente da intenzioni colpevolizzanti.
Il modello dell’intervento può essere fornito dall’ascolto attivo, teorizzato da Thomas Gordon, che invita l’adulto a: a) far riferimento nel dialogo con il bambino a dati comportamentali ed emotivi del bambino stesso visibili e confrontabili; b) validare consensualmente con il bambino la percezione di questi dati e il vissuto emotivo ipotizzabile; c)  mostrare accettazione empatica nei confronti dei vissuti emotivi sperimentati dal bambino; d)   approfondire con lui la conoscenza di tali vissuti e dei pensieri sottostanti.
Per es. “Ti vedo la faccia un po’ triste … o mi sbaglio? ….”  (in caso di consenso del bambino) “mi dispiace … che cosa ti è capitato?” Nel momento in cui il bambino può ammettere e mettere in parola il proprio desiderio, la madre può intervenire con due messaggi: a) stabilire un nesso tra il desiderio del farsi lavare il culetto ed eventualmente un desiderio sessuale più specifico emerso dal bambino e il comportamento dell’abusante; b) affermare la comprensibilità e l’inevitabilità del desiderio del bambino stante la sollecitazione ricevuta. Per es. la madre potrà dire: “Questo gioco x che tu vuoi fare, questo desiderio x che tu vuoi realizzare dipende dal fatto che lo facevi con y, te l’ha insegnato y e ti è piaciuto ed è comprensibile che tu lo voglia ripetere …” Questa fase deve essere attraversata senza anticipare un intervento valutativo e normativo che potrà più efficacemente essere riservato ad una fase dialogica successiva.
Un atteggiamento materno di accoglienza benevola e di comprensione empatica, abbinato ad una forza d’animo che consente l’esplorazione partecipe del mondo emotivo del bambino, delle sue fantasie e dei suoi desideri, favorisce nel bambino stesso la possibilità di aprirsi, di fornire informazioni sulle azioni sessuali subite e sui comportamenti di inganno, di seduzione, di minaccia che hanno preceduto, accompagnato e seguito quelle azioni. Ovviamente il suddetto atteggiamento non può crescere nella madre volontaristicamente senza un adeguato supporto e senza un graduale processo di maturazione. L’accoglienza benevola e la disponibilità ad approfondire della madre consentiranno di aprire un passaggio di interrogazione sui vissuti emotivi nel bambino sperimentati nel corso dell’abuso: “Ma a te quei giochi piacevano o non piacevano? Oppure un po’ ti piacevano un po’ non ti piacevano?”   Se il bambino si sentirà accettato e non si troverà di fronte ad una barriera alla comunicazione, costituita dalla colpevolizzazione materna oppure dalla sua ansia e dalla sua disperazione, potrà confidarsi ed esprimere la propria inevitabile ambivalenza emotiva sperimentata nel corso dell’abuso. La madre dovrà avere il coraggio di ascoltare, guardando senza vertigini nell’abisso emotivo del proprio figlio, dove si sovrappongono partecipazione e repulsione nei confronti dell’esperienza sessuale vissuta, eccitazione ed angoscia, forte piacere e forte dispiacere. Quando il bambino avrà cominciato ad esprimere entrambi gli aspetti emotivi trovando comprensione, sarà più facile per la madre (o per la figura educatrice) prendere nettamente posizione circa il disvalore dell’azione sessuale nella quale l’adulto ha coinvolto il bambino e chiedere al bambino di non ripetere quelle azioni, soprattutto con l’adulto, ma anche con i coetanei: “È un gioco che ti ha fatto stare bene in qualche momento, ma ti ha fatto stare molto, molto male …” Si potrà a questo punto ricordare al bambino tutto ciò che ha detto sul proprio malessere e tutto ciò che ha espresso attraverso i suoi sintomi. Il bambino comprenderà e confermerà in vari modi questa lettura, sentendosi aiutato a superare la propria confusione, integrando gli aspetti contrapposti della propria esperienza. Si sentirà rinforzato dalla assertività, dalla determinazione e dalla chiarezza dell’adulto. “Certamente ti verrà voglia di ripetere quel gioco (che andrà specificato usando le espressioni e le informazioni comunicate dal bambino, per es. “il gioco del culetto … del dito nel culetto … della spada nel culetto…”), ti capisco. Se ti verrà voglia di rifarlo, ti chiedo di seguire questa regola: ne potrai parlare alla mamma, ma cercherai di non proporlo o di non ripeterlo con nessuno”.
Un bambino educato all’intelligenza emotiva, allenato ad esprimere le proprie sensazioni fisiche ed emotive in un clima di ascolto empatico e non giudicante può rendersi disponibile ad un ulteriore campo dialogico con l’adulto aperto dall’interrogativo: “ quanto e quando ti viene voglia di fare questo gioco?” Si possono ipotizzare le risposte più varie, alcune decisamente assurde, altre più realistiche: “ Quando hai fame? Quando hai sete? Sempre? Quando sei triste? Tutte le volte che entri in bagno? Tutte le volte che vedi Tizio o Caio …”.

In conclusione, la sessualizzazione post-traumatica di un bambino, per quanto possa manifestarsi in forme massicce e ripetitive, può evolversi positivamente: è assolutamente indispensabile a questo fine che per iniziativa di un terapeuta, e/o per disponibilità emotiva della figura di accadimento, si sviluppi un campo comunicativo dove genitore potenzialmente protettivo e figlio abusato possano parlare di ciò che è capitato, possano dare un nome ai vissuti emotivi confusi e conflittuali sperimentati dal bambino nel corso della sessualizzazione che ha costituito il trauma. Anche se il bambino è molto piccolo, non si tratta di abbassarsi al suo livello, ma di elevarsi – come dice Korzac – all’altezza della sua sensibilità e della sua potenziale intelligenza emotiva. Anche con un bambino molto piccolo la parola autentica ha un potere straordinario nel depotenziare la traccia della perversione. 

UN APPASSIONATO LETTORE DI ALICE MILLER

Un appassionato lettore di Alice Miller




Gentile Dr. Foti, sono un appassionato lettore delle opere di Alice Miller, che ho trovato davvero illuminanti su una serie di questioni, a cominciare ovviamente da quelle strettamente personali, fino a quelle più generali che riguardano l'intera società, in tutti i suoi aspetti.   Vorrei chiederle se anche lei, per la sua esperienza, come sottolinea la Miller, ritiene di grande importanza che il terapeuta mostri indignazione nel sentire il paziente raccontare le proprie esperienze traumatiche (dalle violenze fisiche – botte, schiaffi, sculacciate – alle umiliazioni, prese in giro, colpevolizzazioni, ecc.); le chiedo poi se questa indignazione possa risultare utile anche se non propriamente sentita da parte del terapeuta ma, in un certo senso, costruita artificiosamente.   Infine le pongo una domanda, che mi pare comunque collegata alla precedente, e cioè se anche lei ritiene necessario un atteggiamento da "avvocato difensore", e quindi di "non neutralità".   Le pongo queste domande perché sto affrontando una psicoterapia, e avendo letto molti scritti della Miller, condividendo il suo pensiero, mi sono reso conto di non aver trovato nel mio terapeuta queste caratteristiche, e questo mi pone in serio dubbio sulla decisione di continuare con lui o se cercarne un altro.   Spero di essere stato chiaro nell'esporle le mie perplessità, e la ringrazio per la sua risposta.  
Cordiali saluti
Ernesto



La neutralità dello psicoterapeuta

Claudio Foti

L’indignazione dello psicoterapeuta ha senso se nasce da una sua identificazione empatica con le vicende traumatiche del paziente, ovvero da una capacità di guardare il mondo con gli occhi e con la mente del paziente quando egli era bambino o adolescente. Lo psicoterapeuta, in altri termini, deve avere la sensibilità emotiva e la competenza psicologica per tentare di percepire e comprendere autenticamente quanto questo bambino ha sofferto, quanto è stato non rispettato, lasciato solo, umiliato, ingannato.
 “Pare che i pazienti - scriveva Ferenczi - non possano credere, o almeno non completamente, alla realtà di un avvenimento se l'analista, unico testimone del fatto, mantiene un atteggiamento freddo, anaffettivo e, come i pazienti lo definiscono, puramente intellettuale, mentre gli avvenimenti sono di natura tale da suscitare in qualsiasi spettatore sentimenti e reazioni di rivolta, di angoscia, di terrore, di vendetta, di lutto, e propositi di un aiuto sollecito onde rimuovere o distruggere la causa o il responsabile; e poiché si tratta generalmente di un bambino, di un bambino ferito (ma anche indipendentemente da ciò), vi è il sentimento di volerlo confortare affettuosamente ecc., ecc. Si può dunque decidere di prendere veramente sul serio il ruolo di osservatore benevolo e soccorrevole , vale a dire di lasciarsi effettivamente trasportare con il paziente in quel dato momento del suo passato” [S. Ferenczi (31 gennaio 1932), Diario clinico, Cortina, 1988, p.75]

Probabilmente anche lei, come i pazienti di cui parlava Ferenczi, vorrebbe una partecipazione emotiva maggiore del suo terapeuta alle esperienze di grande sofferenza che ha vissuto nell’infanzia o nell’adolescenza. Spero che abbia comunicato o intenda comunicare questa insoddisfazione al suo terapeuta. Solo così potrà esserci un’interazione più schietta e significativa tra di voi, solo così il suo terapeuta potrà spiegare utilmente il suo punto di vista ed eventualmente recuperare una maggiore comprensione emotiva oppure mostrare più chiaramente un atteggiamento freddo, anaffettivo rispetto all’ascolto del trauma o addirittura una tendenza ad identificarsi con gli adulti che hanno mancato piuttosto che con i suoi bisogni di bambino. Ed in questo caso toccherà a lei trarre le conseguenze necessarie.
La partecipazione alle vicende di profonda e reale sofferenza del paziente non può essere comunque costruita artificiosamente. Non ha assolutamente alcun senso l’indignazione recitata. Anche quando tende ad essere giustificata “a fin di bene”, anche quando viene praticata in piccole dosi, l’inautenticità – intesa come finzione e teatralizzazione di sentimenti – è in ogni caso controproducente nelle relazioni interpersonali significative: nella coppia, con i figli, con i bambini, con i pazienti. L’inautenticità appartiene al registro dell’inganno, della manipolazione, della perversione. È l’autore della violenza che necessariamente ha bisogno della finzione e della negazione per occultare il suo operato. Il terapeuta non può neppure momentaneamente e parzialmente seguire questa strada. Egli cerca, in modo mai scontato e sempre perfettibile, la verità, la verità psichica e la verità storica. “Un sano sviluppo mentale – afferma Bion – sembra dipendere dalla verità come l’organismo dipende dal cibo. Se la verità manca o è incompleta, la personalità di deteriora.”  [W. R. Bion (1965) , Trasformazioni, Armando Roma, 1973].  In psicoterapia il fine non giustifica i mezzi, perché i mezzi (l’empatia, l’autenticità, il rispetto dei sentimenti e della persona …) sono essi stessi il fine.
Lo psicoterapeuta in ogni situazione, ed in particolare quando è impegnato in trattamenti di soggetti traumatizzati, deve diventare l’”avvocato difensore” del paziente, tenendo conto delle sue esigenze infantili e delle potenzialità evolutive che sono state attaccate e compromesse dalle risposte inadeguate degli adulti che sono entrati in relazione con lui. In questo senso lo psicoterapeuta non può essere neutrale, perché egli tenta di ascoltare e rileggere l’esperienza di vita del paziente assumendo come parametro fondamentale i bisogni e le risorse del paziente, il suo motivato punto di vista, che nel passato non venne compreso, le sue legittime istanze che furono fraintese o calpestate, le sue fondate proteste che non vennero ascoltate o non vennero neppure espresse.
Tutto questo non ha nulla a che vedere con l’atteggiamento accomodante ed opportunista dello psicoterapeuta che tende a dare sempre ragione al paziente, perché non sa differenziare in lui i bisogni assertivi dai bisogni autoreferenziali, l’autostima realistica da quella narcisistica e grandiosa. Analogamente il terapeuta tenta di distinguere la necessità del paziente di esprimere fino in fondo la rabbia per le ferite subite come mezzo per aumentare la consapevolezza della propria storia e la tendenza a manifestare una rabbia narcisistica per l’incapacità di accettare la realtà, così come cerca di non confondere l’esigenza di terminare la psicoterapia perché un cammino è stato compiuto o una tappa significativa del cammino è stata realizzata, dall’esigenza difensiva di interrompere la terapia per evitare il confronto con pezzi non elaborati della propria storia di sofferenza. Il terapeuta appoggia il primo elemento e cerca di contrastare in modo attento e intelligente il secondo.
Lo psicoterapeuta può assumere, come dice Alice Miller, la funzione di “avvocato difensore” del paziente senza assomigliare alla larga schiera di avvocati disposti a patrocinare qualsiasi causa di fronte ad un cliente disposto a pagare. Non c’è psicoterapia efficace del trauma senza la disponibilità ad abbinare sostegno e vicinanza emotiva al paziente con la capacità di contrastare gli ostacoli che egli frappone al suo percorso di acquisizione della consapevolezza circa cosa gli è stato fatto nella situazione traumatica e circa cosa egli stesso ha fatto per reagire a quella situazione. Dunque lo psicoterapeuta dovrebbe riuscire ad alternare un costante impegno ad assumere il punto di vista del soggetto, reso impotente e perdente dal trauma, con la capacità di conflittualizzare adeguatamente le reazioni difensive di questo stesso soggetto, caratterizzate da illusione, onnipotenza, tendenza all’evitamento, alla rimozione, alla dissociazione della sofferenza.

Lo psicoterapeuta dunque non può essere neutrale: i bisogni evolutivi del paziente e la crescita della consapevolezza della vicenda storica e del mondo interno del paziente stesso sono i suoi riferimenti Egli partecipa emotivamente in modo autentico alla rielaborazione della vicenda personale del paziente. Si può indignare ed anche commuovere, ma mantenendo comunque la forza mentale di tenere sempre presente il campo emotivo e relazionale che si crea nella relazione psicoterapeutica e di orientare conseguentemente la rotta verso la consapevolezza e verso il confronto con la realtà.