lunedì 30 settembre 2013

LA SESSUALIZZAZIONE POST-TRAUMATICA NEL BAMBINO PICCOLO

La sessualizzazione post traumatica nel bambino piccolo




Sono la mamma di un bambino di Napoli. È stato abusato sin da quando era piccolo da un mio convivente. Lui ha ammesso in qualche modo di aver abusato di mio figlio. L’ha fatto sin da quando il bambino era molto piccolo. Tutta la storia è stata una tragedia per me, ma la cosa che mi importa di più oggi è aiutare mio figlio: cosa posso fare quando mio figlio mi chiede insistentemente di lavargli il culetto e di fargli il bidet senza che neppure abbia fatto la cacca? Non ha irritazioni o problemi di alcun genere nella zona dell’ano. Possibile che sia un desiderio sessuale? Possibile che abbia un desiderio tanto particolare e perverso? In un bambino così piccolo? Può essere che sia una conseguenza di quello che ha subito? Questi interrogativi mi angosciano ed aumentano il senso di colpa per non avere impedito quello che è accaduto. Adesso oltretutto mio figlio ha già fatto la medesima richiesta ai miei due fratelli. Cosa devo fare per aiutare mio figlio?

Ida



La brutta notizia e la bella notizia.

Claudio Foti

Da quanto posso capire dalla sua lettera e dal colloquio che abbiamo avuto la possibilità di effettuare, concludo che il bambino necessita di essere aiutato in psicoterapia ad elaborare le conseguenze del trauma sessuale subito. Anche lei ovviamente deve essere sostenuta da un percorso di rielaborazione terapeutica. Anche in lei la vicenda ha prodotto un trauma psicologico che avrà effetti assai pesanti, se non ritornerà sull’accaduto, con la vicinanza empatica di uno psicoterapeuta, esprimendo tutti i sentimenti vissuti, rileggendo i fatti e accettando le proprie responsabilità, senza però appesantirle in modo autodistruttivo e dannoso sia per lei che per suo figlio.
Lei si chiede: “Possibile che sia un desiderio sessuale? Possibile che abbia un desiderio tanto particolare e perverso? In un bambino così piccolo?” Purtroppo sì. È fondamentale che lei sia sostenuta nell’impegno a sopportare la realtà sconvolgente ed impensabile dell’incesto e le sue conseguenze. La brutta notizia è che l’incesto può avere conseguenze capaci di sporcare l’immagine del Sé della piccola vittima e di condizionare pesantemente il desiderio sessuale del bambino in una direzione compiacente nei confronti del desiderio sessuale dell’adulto, tanto più lunga è stata la durata della vittimizzazione, l’età del suo inizio e la dedizione e la potenza perversa con cui l’abusante s’è dedicato alla sua opera. La bella notizia è che c’è una strada per far uscire la piccola vittima dalle pieghe del contagio perverso che lo può minacciare. Il fatto che la vicenda non abbia più risvolti penali facilita l’intervento. Mi concentro qui sulla questione del possibile atteggiamento materno che può cercare di applicare i principi dell’intelligenza emotiva nella relazione educativa con il bambino, affiancando la psicoterapia di quest’ultimo con effetti sinergici. La psicoterapia è indispensabile, ma da sola non è sufficiente, perché il bambino investe quotidianamente la madre di sollecitazioni e provocazioni che devono essere affrontate nell’immediato e non possono essere rinviate e delegate in blocco alla seduta di psicoterapia. Oltretutto in questo caso la psicoterapia non è ancora stata avviata, perché sembra in effetti molto difficile trovare nella sua zona un terapeuta capace di affrontare il trauma sessuale del bambino. Non si può attendere e lei può già iniziare a fare qualcosa. Innanzitutto le consiglio di leggersi la mia risposta alla lettera “Non piangere sulla sessualità sovrattivata nella figlia e non aspettare i 18 anni”. Nel caso di suo figlio l’abuso è stato più dannoso per l’età del bambino, per la probabile massiccia reiterazione dell’attività sessuale e per la natura affettivamente coinvolgente della relazione con l’abusante. Ma anche in questo caso occorre superare la disperazione ed essere aiutati ad intravedere realisticamente le vie d’uscita. Innanzitutto la relazione educativa nel suo complesso deve essere rivista alla luce dell’intelligenza emotiva. Le consiglio al riguardo il libro di Gottman “L’intelligenza emotiva per un figlio” (Rizzoli, 1997).
Per affrontare le conseguenze comportamentali del trauma sessuale di un bambino occorre un impegno globale sul piano educativo, teso a consentire a 360 gradi la verbalizzazione dei sentimenti, definendo un quadro di regole che prevedano tra l’altro la disapprovazione coerente di tutti gli agiti impulsivi in tutti i soggetti coinvolti nel processo educativo (dunque sia negli adulti che nei bambini) e la legittimazione di tutti i vissuti emotivi. L’obiettivo prioritario è aiutare il bambino a portare il proprio desiderio sessuale che investe la zona anale in una dimensione pensabile e dicibile nel dialogo con la madre. Questo è un punto fondamentale per contrastare i rischi che tale desiderio rimanga impensabile ed indicibile per il bambino e proprio per questo rimanga destinato ad essere desiderio insistente ed immodificabile, coattivo ed ingovernabile,  riproducendosi nell’automatismo impulsivo, sottratto a qualsiasi controllo del pensiero e della parola. La perversione sessuale è la coazione a ripetere della pulsione senza possibilità di elaborazione mentale e discorsiva. Se vogliamo contrastare l’esito perverso, dobbiamo favorire l’accesso al pensiero e alla parola del desiderio sessuale.
Esemplifico e schematizzo alcuni interventi possibili. All’interno del lavoro di sostegno terapeutico della madre queste indicazioni dovranno essere meglio chiarite ed approfondite.  “Sembra che a te piaccia farti lavare il culetto spesso o mi sbaglio? Mi fai capire meglio cosa ti piace?”. Un intervento di questo genere presuppone che la madre abbia sufficientemente elaborato l’angoscia auto colpevolizzante per l’abuso subito dal figlio e per gli effetti che ne sono derivati e che possa pertanto disporsi ad avvicinarsi con attenzione benevola ad esplorare la natura del problema, di cui il figlio è portatore, con un tono interessato e partecipe, che non manifesti grave imbarazzo per la natura anale del desiderio e che sia sufficientemente esente da intenzioni colpevolizzanti.
Il modello dell’intervento può essere fornito dall’ascolto attivo, teorizzato da Thomas Gordon, che invita l’adulto a: a) far riferimento nel dialogo con il bambino a dati comportamentali ed emotivi del bambino stesso visibili e confrontabili; b) validare consensualmente con il bambino la percezione di questi dati e il vissuto emotivo ipotizzabile; c)  mostrare accettazione empatica nei confronti dei vissuti emotivi sperimentati dal bambino; d)   approfondire con lui la conoscenza di tali vissuti e dei pensieri sottostanti.
Per es. “Ti vedo la faccia un po’ triste … o mi sbaglio? ….”  (in caso di consenso del bambino) “mi dispiace … che cosa ti è capitato?” Nel momento in cui il bambino può ammettere e mettere in parola il proprio desiderio, la madre può intervenire con due messaggi: a) stabilire un nesso tra il desiderio del farsi lavare il culetto ed eventualmente un desiderio sessuale più specifico emerso dal bambino e il comportamento dell’abusante; b) affermare la comprensibilità e l’inevitabilità del desiderio del bambino stante la sollecitazione ricevuta. Per es. la madre potrà dire: “Questo gioco x che tu vuoi fare, questo desiderio x che tu vuoi realizzare dipende dal fatto che lo facevi con y, te l’ha insegnato y e ti è piaciuto ed è comprensibile che tu lo voglia ripetere …” Questa fase deve essere attraversata senza anticipare un intervento valutativo e normativo che potrà più efficacemente essere riservato ad una fase dialogica successiva.
Un atteggiamento materno di accoglienza benevola e di comprensione empatica, abbinato ad una forza d’animo che consente l’esplorazione partecipe del mondo emotivo del bambino, delle sue fantasie e dei suoi desideri, favorisce nel bambino stesso la possibilità di aprirsi, di fornire informazioni sulle azioni sessuali subite e sui comportamenti di inganno, di seduzione, di minaccia che hanno preceduto, accompagnato e seguito quelle azioni. Ovviamente il suddetto atteggiamento non può crescere nella madre volontaristicamente senza un adeguato supporto e senza un graduale processo di maturazione. L’accoglienza benevola e la disponibilità ad approfondire della madre consentiranno di aprire un passaggio di interrogazione sui vissuti emotivi nel bambino sperimentati nel corso dell’abuso: “Ma a te quei giochi piacevano o non piacevano? Oppure un po’ ti piacevano un po’ non ti piacevano?”   Se il bambino si sentirà accettato e non si troverà di fronte ad una barriera alla comunicazione, costituita dalla colpevolizzazione materna oppure dalla sua ansia e dalla sua disperazione, potrà confidarsi ed esprimere la propria inevitabile ambivalenza emotiva sperimentata nel corso dell’abuso. La madre dovrà avere il coraggio di ascoltare, guardando senza vertigini nell’abisso emotivo del proprio figlio, dove si sovrappongono partecipazione e repulsione nei confronti dell’esperienza sessuale vissuta, eccitazione ed angoscia, forte piacere e forte dispiacere. Quando il bambino avrà cominciato ad esprimere entrambi gli aspetti emotivi trovando comprensione, sarà più facile per la madre (o per la figura educatrice) prendere nettamente posizione circa il disvalore dell’azione sessuale nella quale l’adulto ha coinvolto il bambino e chiedere al bambino di non ripetere quelle azioni, soprattutto con l’adulto, ma anche con i coetanei: “È un gioco che ti ha fatto stare bene in qualche momento, ma ti ha fatto stare molto, molto male …” Si potrà a questo punto ricordare al bambino tutto ciò che ha detto sul proprio malessere e tutto ciò che ha espresso attraverso i suoi sintomi. Il bambino comprenderà e confermerà in vari modi questa lettura, sentendosi aiutato a superare la propria confusione, integrando gli aspetti contrapposti della propria esperienza. Si sentirà rinforzato dalla assertività, dalla determinazione e dalla chiarezza dell’adulto. “Certamente ti verrà voglia di ripetere quel gioco (che andrà specificato usando le espressioni e le informazioni comunicate dal bambino, per es. “il gioco del culetto … del dito nel culetto … della spada nel culetto…”), ti capisco. Se ti verrà voglia di rifarlo, ti chiedo di seguire questa regola: ne potrai parlare alla mamma, ma cercherai di non proporlo o di non ripeterlo con nessuno”.
Un bambino educato all’intelligenza emotiva, allenato ad esprimere le proprie sensazioni fisiche ed emotive in un clima di ascolto empatico e non giudicante può rendersi disponibile ad un ulteriore campo dialogico con l’adulto aperto dall’interrogativo: “ quanto e quando ti viene voglia di fare questo gioco?” Si possono ipotizzare le risposte più varie, alcune decisamente assurde, altre più realistiche: “ Quando hai fame? Quando hai sete? Sempre? Quando sei triste? Tutte le volte che entri in bagno? Tutte le volte che vedi Tizio o Caio …”.

In conclusione, la sessualizzazione post-traumatica di un bambino, per quanto possa manifestarsi in forme massicce e ripetitive, può evolversi positivamente: è assolutamente indispensabile a questo fine che per iniziativa di un terapeuta, e/o per disponibilità emotiva della figura di accadimento, si sviluppi un campo comunicativo dove genitore potenzialmente protettivo e figlio abusato possano parlare di ciò che è capitato, possano dare un nome ai vissuti emotivi confusi e conflittuali sperimentati dal bambino nel corso della sessualizzazione che ha costituito il trauma. Anche se il bambino è molto piccolo, non si tratta di abbassarsi al suo livello, ma di elevarsi – come dice Korzac – all’altezza della sua sensibilità e della sua potenziale intelligenza emotiva. Anche con un bambino molto piccolo la parola autentica ha un potere straordinario nel depotenziare la traccia della perversione. 

Nessun commento:

Posta un commento