L’altra pelle
Mi chiamo Ines. Le invio un mio scritto che riguarda la
rielaborazione di un abuso subito sotto chiave di racconto. Sarei molto felice
se mi sapesse dire cosa ne pensa. È uno dei lavori che ho fatto in terapia: è
quindi un materiale che ha ricevuto il mio terapeuta. Lo legga e poi mi dica cosa
ne pensa.
L’altra pelle
Un giorno iniziai un viaggio
un viaggio in luoghi lontani
un viaggio alla ricerca
alla ricerca di pace
una pace vera in un viaggio sola.
Sola nel vorticoso passare degli eventi.
Sola
sola in un segreto mai rivelato
e il dolore immenso
e il caos in me
Il mio voler controllare gli eventi
ma questo è un dolore troppo grande.
E pensare di aver costruito la mia vita
su queste fondamenta di merda
eppure aver generato una perla
eppur aver generato un’altra perla.
E così difficile.
Ma quando mi risveglio da questo incubo?
È il testo di una poesia
che scrissi dopo una lunga anzi lunghissima notte tempestata da incubi. Sono
passati parecchi mesi da quella notte e me la ricordo ancora bene. Cominciò
tutto con un sogno ed io, serena, mi lasciai trasportare, ma poi piano, piano,
si trasformò nella paura più vera. Ricordo però, che a differenza delle volte
precedenti, quella volutamente (sempre se si possa parlare di volontà) non la controllai,
la lasciai così. Lasciai che l’incubo invadesse il mio corpo. Lasciai che mi
schiacciasse: volevo vedere in faccia il vero terrore. Quel terrore che mi
aveva immobilizzato più e più volte nella vita. Perché eri tornato? Avevo sei
anni quando iniziasti a tormentarmi e la mia forza nel combatterti è rimasta
stessa sempre: totalmente in balia di te. I sogni classici di tutti i bambini
si sgretolavano contro una realtà troppo dura per la bambina che ero. Non
sognai più per anni. Poi ritornava, quell’incubo ossessivo. Ogni volta mi
adulava, mi corteggiava e incestuosamente si impossessava di me e io tentavo
una fuga inutile quanto mai assurda. Oltre la porta lo trovavo sempre lì, in
agguato pronto a minare quelle poche certezze che faticosamente mi cucivo
addosso, rattoppando alla meglio ciò che rimaneva del mio corpo. Dopo ogni
battaglia, rimanevo in piedi per la corazza che riuscivo, nonostante tutto, a
costruire attorno a me, mentre il mio corpo marciva…… Solo ora lo riprendo in
mano e nella lucidità del giorno, l’incubo cambia forma, cambia pelle e mi
rivela un’altra me. Il sogno:
“Mi trovavo in un campeggio. Avevo circa
tredici anni. Montammo le tende a semicerchio. Per prime c’erano le tre tende
delle ragazze a seguire le altre tre dei ragazzi. Era stata una giornata dura e
ci preparavamo per la notte. In tenda con me c’erano mia sorella e altre due
mie amiche, e la responsabile del gruppo. Erano così organizzate anche le altre
due tende delle ragazze. Quelle dei ragazzi erano molto più “popolate”, se
entravi nella tenda vedevi solo sacchi a pelo e ne potevi contare una decina.
Tra loro c’era pure uno dei miei fratelli. Dormivamo tutti beatamente.
All’improvviso un urlo. Mi trovai tutta sudata…..il sacco a pelo che mi avvolgeva
mi stava soffocando. Si era attaccato a me e mi modellava e io non sapevo
oppormi. All’inizio tentai di divincolarmi, ma più mi muovevo e più quella
strana pelle aderiva al mio corpo. Provai ad urlare, mi si paralizzò la bocca,
e dovetti stare ferma infiniti minuti, per poter ritornare alla posizione
originaria che mi permetteva almeno di poter muovere le labbra. Allo stesso
tempo, una voce mi diceva di andare a salvare mio fratello. Uscì dalla tenda
arrivai nella sua. Entrando vidi venti, trenta corpi ammassati uno sull’altro e
non riuscivo a riconoscerlo. Ne scavalcai parecchi. Sembravano senza vita ma
delle mani mi afferrarono i piedi e mi tirarono giù. Fui travolta da parti dei
corpi che si muovevano e che mi volevano. E non per essere salvati, ma per soddisfare
i loro piaceri più intimi, incuranti di come stavo io. Io in preda ad un grosso
pianto urlai con tutta la forza che potevo, nulla, nessun suono usciva dalla
mia bocca e mi lasciai andare. In quel preciso momento una forza che non
conoscevo si impossessò di me e mi trasformai. Strappai i vestiti di chi mi
capitava, mi lasciai schiacciare dai loro corpi. Quella tenda si trasformò in
una serra gigante: vetri enormi ci circondavano e fuori centinaia di visi schiacciati
e incuriositi rimanevano rapiti da ciò che vi accadeva all’interno. Ci furono
momenti, istanti di godimento e piacere davvero violento e talmente
coinvolgente che mi sentì penetrare da tutti. Il mio corpo si modellava a ciò
che gli si mostrava davanti. Dopo questi lunghissimi instanti, mi ricordai di
mio fratello, arrivai ma era già morto, scappai via temevo che si trasformasse
in uno dei tanti. Tornai nella mia tenda rientrai nel mio sacco e mi abbandonai
totalmente a quella mia seconda pelle. Andai da mia sorella, per raccontarle
ciò che era successo. Ma quella che parlava era un’altra me che felice
raccontava di un’avventura eccitante e fantastica. Nel mio intimo però c’era un
io che urlava, imprecava per quello che avevo appena vissuto, ma era un urlo
sempre più sordo che nessuno sentiva, con il tempo non lo sentì nemmeno io.
Quell’io era marcito per sempre”
La mattina seguente al
sogno: ero spaventatissima, il cuore continuava a battere a mille. Avevo
scoperto ciò che mi terrorizzava: ero io. O meglio era una parte di me che nella
violenza subita aveva comunque provato piacere. Se non lo avessi provato sarei
morta, invece ero lì in carne ed ossa. Era il prezzo che avevo dovuto pagare.
Quella che si era lasciata andare nel sogno, nelle violenze, faceva parte di
me, non era un’altra, ero proprio io, proprio io, proprio io. Piansi e strappai
pagine di diario che avevo scritto da piccola, pieni di interrogativi di accuse
verso chi aveva abusato di me. Buttai via tutte le foto che trovavo e corsi
fino alla spiaggia. Era inverno faceva freddissimo, mi arrestai di colpo
davanti a quel mare enorme…………. Lanciai un sasso e un urlo liberatorio:
“Bastardi!” ne lanciai un altro: “Vi odiooooo!” e un ultimo ancora più accorato
ma allo stesso tempo più calmo e con un nuovo interrogativo: “Adesso ti vuoi
bene?”
Io quella parte di me la odio.
Dall'immondizia
dell'abuso i fiori della consapevolezza
Claudio Foti
Innanzitutto ci tengo
a dirle che trovo bellissimi i suoi versi, in particolare i seguenti: “E pensare di aver costruito / la mia vita /
su queste fondamenta di merda / eppure aver generato una perla / eppur aver
generato un’altra perla.”
Le
persone che, come lei, hanno subito un trauma e riescono a riattraversarlo
costruttivamente possono insegnare a tutti che il senso dell’esistenza può
essere quello di accettare con forza e lucidità la negatività che ci ha
colpito, condizionato e talvolta inevitabilmente inquinato (la dimensione della
merda, dell’escremento ovvero di ciò che è essenzialmente sporco e rifiutabile),
senza tuttavia perdere di vista la possibilità dell’amore e della gioia, la
consapevolezza della positività della vita e della capacità della vita che
abita in ciascuno di noi di generare aspetti preziosi, vere e proprie perle
straordinarie. “Dai diamanti non nasce
niente, dal letame nascono i fior”, cantava De André. È dall’immondizia
riciclata dell’abuso che possono nascere le vere pietre preziose, i fiori della
consapevolezza, della capacità della mente di accettare e di far fiorire la
realtà.
In quest’ottica,
l’elaborazione scritta autobiografica, sia in chiave di racconto sia in chiave
poetica, può essere uno strumento molto utile, e talvolta formidabile, di
riflessione sulla propria vicenda, di ricostruzione di nessi e significati, di
rielaborazione dell’esperienza traumatica. Fermarsi a pensare e a scrivere il
proprio passato, soprattutto se in relazione al procedere in un percorso di analisi,
può voler dire assumere un atteggiamento di attenzione e di consapevolezza
benevola verso se stessi e verso la propria storia, prendersi del tempo per
dare valore e senso al nostro passato, per allargare gli orizzonti di
comprensione e di conoscenza di sé, per collegare meglio le situazioni, i
vissuti, i sintomi che abbiamo sperimentato.
Cara Nadia, nel suo
testo emerge con chiarezza ed intensità quel vissuto emotivo così specifico nei
soggetti vittime di violenza e così nocivo (se non viene elaborato) che è il
vissuto di impotenza: “Perché eri
tornato? Avevo sei anni quando iniziasti a tormentarmi e la mia forza nel
combatterti è rimasta stessa sempre: totalmente in balia di te. … Poi
ritornava, quell’incubo ossessivo. Ogni volta mi adulava, mi corteggiava e
incestuosamente si impossessava di me e io tentavo una fuga inutile quanto mai
assurda. Oltre la porta lo trovavo sempre lì, in agguato pronto a minare quelle
poche certezze che faticosamente mi cucivo addosso, rattoppando alla meglio ciò
che rimaneva del mio corpo. Dopo ogni battaglia, rimanevo in piedi per la
corazza che riuscivo, nonostante tutto, a costruire attorno a me, mentre il mio
corpo marciva…”. Non marciva il corpo, ovviamente, ma l’immagine del corpo
sì, quell’immagine del corpo che diventa inquinata, marcescente a seguito di un
abuso sessuale infantile, subito nella solitudine.
Il passaggio più
coraggioso e significativo della sua lettera riguarda la terribile difficoltà
della bambina abusata a fare i conti e ad accettare l’impotenza costitutiva
della situazione traumatica e le sue conseguenze, primo fra le quali
l’inevitabile coinvolgimento nel piacere sessuale, che rappresenta un obiettivo
strategico e una delizia perversa per l’abusante, una croce per il futuro della
piccola vittima: “Era una parte di me che
nella violenza subita aveva comunque provato piacere. Se non lo avessi provato
sarei morta, invece ero lì in carne ed ossa. Era il prezzo che avevo dovuto
pagare”. La bambina abusata viene obbligata ad una reazione del corpo,
dotato di pulsioni, ipersollecitato prematuramente dall’abusante all’eccitazione
sessuale, ad una partecipazione alla propria vittimizzazione, ad un adattamento
per sopravvivere, per trovare un margine di attivazione e di iniziativa
all’interno di una situazione di opprimente e schiacciante passività. Accettare
questa parte di sé che è stata in qualche misura contaminata dall’abusante è l’operazione
mentale più dolorosa e difficile, ma anche quella più benefica. È un salto di
qualità nella consapevolezza a cui può corrispondere un salto di qualità nel
benessere interno e nel radicale padroneggiamento di sollecitazioni perverse
indotte inevitabilmente dall’abuso.
Accettare la parte di
sé che ha reagito all’abuso con la protesta e con il conflitto è facile. Occorre
invece un grande sforzo, un aiuto particolare, un tempo adeguato di elaborazione,
per guardare con grande lucidità e compassione verso se stessi (e non già con odio!) alla
parte che è stata in qualche misura coinvolta ed iperstimolata. Per abbracciarla e curarla, perché, a ben vedere,
non è sporca ma solo sporcata, perché ha bisogno della massima comprensione
benevola.
Nessun commento:
Posta un commento