lunedì 30 settembre 2013

LA PSICOTERAPIA NON FA PER ME?

La psicoterapia non fa per me?




Gent. Dottor Foti,
sono una ragazza di 21 anni. La mia vicenda di abuso è stata a lungo nascosta (credo anche a me) per poi riaffiorare circa tre anni fa, in modo così inaspettato da paralizzare e sconvolgere totalmente quella che era la mia vita quotidiana e la percezione del mio corpo.
Incapace di reagire o di mantenere perlomeno il controllo della situazione ho cercato aiuto nella psicoterapia, iniziando così un pellegrinaggio ancora in corso tra i vari centri. Dico così perché sono stata, ai miei occhi, un po’ passata da una struttura all’atra. Dal Telefono Rosa al centro per adolescenti in crisi, lo psichiatra, la ASL, altre due psicologhe, e ogni volta è sempre più penoso ricominciare da capo.
Non so se in questo campo sia corretto parlare di risultati, forse io ho sempre cercato qualcosa che non potevo trovare, ho dei problemi comunicativi, la psicoterapia non fa per me, non so che altro pensare per motivare il fatto che in tutto questo tempo non ho risolto nulla, anzi mi sono incasinata sempre di più. Ogni giorno mi chiedo quanto reggerò ancora.
A mio parere non ho preso le cose passivamente, ho cercato di reagire, pensando che in fondo se facevo qualcosa che mi piaceva, se riprendevo da dove avevo interrotto, tutto si sarebbe aggiustato. Invece non sono più riuscita ad andare né avanti né indietro.
Mi sento terribilmente sola e fuori dal mondo, pervasa da qualcosa di inesprimibile che non posso far altro che accettare rassegnata, come se certi comportamenti fossero talmente dentro di me da non poter più uscire. Forse ho creduto di potermene fregare, convinta che nulla mi toccasse. Le due ore al mese dalla psicologa non alleviano nulla né qualcosa mi fa pensare che in futuro sarà diverso.
Vorrei sapere se in qualche posto in Italia c’è la possibilità di un altro tipo di aiuto, che non mi lasci così abbandonata a me stessa e sempre più allo sfascio. Non mi dica solo che devo trovare dentro di me la forza,che ci vuole tempo e cose del genere perché sono stanca e mi è proprio impossibile.
La ringrazio di cuore.

Violante



Un viaggio all’inferno del trauma per riattraversare il passato e tornare al futuro

Claudio Foti 

Cara Violante,
non le dirò ciò che teme, ma forse le dirò comunque qualcosa di conflittuale. Non le farò la predica dicendo che deve trovare dentro di sé la forza. Uscire dal trauma è possibile, ma non è questione di volontà, né tanto meno di uno sforzo individuale. Non se ne esce da soli. Non le propinerò neppure la teoria consolatoria ed irresponsabile che ci vuole tempo e che il tempo è rimedio di tutti i mali.
La sua sofferenza, la sua crisi, la sua solitudine, la sua estraneità al mondo hanno le loro ragioni e non sono il frutto di una debolezza o di una colpa. Hanno le loro ragioni e hanno le loro soluzioni.
Può essere che lei non abbia trovato la persona giusta, sufficientemente disponibile ad accompagnarla con la necessaria vicinanza all’inferno del suo trauma per riattraversare quel passato e per ritornare al futuro. Può essere che non abbia trovato nessuno che le abbia dato fiducia e forza per tirare fuori quel qualcosa di “inesprimibile”, che le resta dentro e che le produce la sensazione penosa che non possa più uscire e che dunque non rimarrebbe altro da fare che rassegnarsi.
Credo comunque che ci sia da mettere a fuoco in lei, come in ogni vittima di eventi sconvolgenti e destrutturanti, la tentazione dell’illusione, della fuga dalla verità, una tentazione certamente comprensibile, ma ciò nondimeno rovinosa. Quando non si ha nell’infanzia da parte dell’ambiente un sufficiente ascolto e sostegno il trauma non solo non può essere superato, ma non può neppure essere conservato dalla consapevolezza. Bisogna evacuarlo dalla mente. Ed anche quando viene recuperato il ricordo risulta fortissima la tentazione di liberarsene, di minimizzarlo, di edulcorarlo, di rimuoverlo, di rinviarne l’elaborazione, di spostarlo, di coprirlo con razionalizzazioni ecc…
Lei stessa ammette di aver coltivato l’illusione che nel futuro “tutto si sarebbe aggiustato” e specifica con originalità qualcosa che ho spesso sentito da persone vittime di abuso sessuale nell’infanzia: “Forse ho creduto di potermene fregare, convinta che nulla mi toccasse”. In altri termini ha creduto di poter affrontare il presente e costruire il futuro senza fare i conti fino in fondo sul piano cognitivo ed emotivo con un passato sofferto dove vissuti di abbandono, impotenza, umiliazione, sessualizzazione, stigmatizzazione, eccitazione ed angoscia si sono mescolati.
Mi chiedo: in che misura il suo “pellegrinaggio” è stato prodotto da insufficienti risposte empatiche dei terapeuti incontrati, dal fatto che le psicoterapie svolte non hanno centrato con adeguata attenzione e vicinanza il suo trauma, e in che misura è derivato invece da un suo bisogno di interrompere l’approfondimento del percorso di consapevolezza? O in che misura il “pellegrinaggio” è derivato piuttosto da entrambe le cause (ipotesi che forse potrebbe risultare la più credibile)?
Mi colpisce l’espressione “la psicoterapia non fa per me”. Anche questa comunicazione, formulata attraverso espressioni sempre diverse, l’ho sentita spesso. È una comunicazione drammatica, per me quasi commovente: merita grande considerazione per la solitudine, la sfiducia e la disperazione di cui può essere intrisa. La psicoterapia non è che un percorso, proposto in modalità più o meno valide ed efficaci, per sviluppare la consapevolezza. Dire la psicoterapia non fa per me può equivalere a dire: “La consapevolezza non fa per me! La verità non fa per me!”
Ed è da qui, Violante, che nascono i suoi problemi. Perché nessuna persona (tanto più proviene da una vicenda sofferta) può dubitare, senza pagarne un prezzo, della necessità di sviluppare la consapevolezza, della necessità di nutrire la propria mente nel rapporto con la verità. Non c’è una forma di aiuto diversa da una psicoterapia centrata sul suo trauma. Le auguro di trovare qualcuno (nella nostra cultura può essere forse soltanto uno psicoterapeuta) che abbia la forza di tollerare e comprendere il disagio, che riesca a trasmetterle la fiducia nella capacità della sua mente di incontrare, rivivere e rielaborare il suo passato con la necessaria pazienza e che abbia la disponibilità di aiutarla in questo cammino per raccogliere “i risultati” di trasformazione e di vitalità che questo cammino potrà generare.



L’immobilità della terapia e la sensazione di un crollo imminente

Gent. Dott. Foti, le scrivo nuovamente, dopo la pubblicazione sul forum della mia lettera, “non scappare da se stessi e dal proprio passato” innanzitutto per ringraziarla di cuore per la sua risposta , esauriente e davvero “vicina”. Ho cercato di riflettere sulle sue parole, comprenderne il significato pratico e le esprimo ancora qualche dubbio. Lei ha ragione, su tutti i fronti, ma è come se la mia realtà non volesse aderire a questi presupposti teorici di “liberazione” attraverso la consapevolezza. Io non ho voluto interrompere alcuna psicoterapia, non ho saltato mai una seduta, mi sono sempre fidata piuttosto ciecamente di ciò che mi veniva proposto, che questo fosse un farmaco o un cambio di terapeuta. Almeno consciamente non mi sono mai ritratta al percorso verso la consapevolezza. Cercando di guardarmi dall’esterno posso notare che nell’ultimo anno sono diminuite progressivamente le mie aspettative, si sono ridotti gli obiettivi. Ora mi basterebbe riuscire ad avere una vita più o meno normale, un lavoro che non mi imponga dopo massimo sei mesi, di sparire senza una parola perché non posso più reggere né tanto meno spiegare, perché non c’è via d’uscita. Rinuncerei a una vita sessuale e affettiva non del tutto anestetizzata com’è ora, a fare ciò che facevo prima, per un minimo di tranquillità, per non avere la percezione che il crollo sia imminente e che io non possa far altro che resistere, e non ancora per molto. So che mi dirà che l’unica strada per ottenere ciò che dico è ricercare la consapevolezza, so che questa non è solo cronologica e “storica” ma anche emozionale. Non vorrei peccare di presunzione dicendo che mi sembra di averla e che non so che altro devo cercare, sono stanca, questa cosa mi sfinisce, mi toglie entusiasmo e fiducia. In seduta sono ogni giorno più rigida, più contratta, le parole fluiscono sempre di meno. Al punto che all’ultima terapeuta sono stata in grado di raccontare solo gli ultimi tre anni, omettendo il resto. Per certi versi l’ho fatto consapevolmente: dovrei stare a ragionare su cos’è successo qui, cos’ho provato là, tanto più che non c’è niente da aggiungere, mentre tutto va a rotoli? Le potrà sembrare una conclusione affrettata e superficiale, ma è questo ciò che vedo. Se non è una questione di volontà che cosa dovrei fare, aspettare? Che il terapeuta mi passi ad un altro? Che vengano tempi migliori più favorevoli alla comunicazione e tutto rifiorisca? Intanto le cose che riesco a fare sono sempre meno, così come la forza e la fiducia nel cambiamento. Ho la sensazione che crollerà quel poco che ancora sta in piedi. L’immobilità della psicoterapia mi riempie di angoscia, esco dall’ambulatorio arrabbiata, delusa. Salvare il salvabile è per me condizione necessaria per andare avanti, tutto mi sta cadendo addosso, come posso pensare a perché è successo, come, chi? Sono sola, lei mi augura di trovare un terapeuta che sappia accompagnarmi, ma io non so dove cercare…
Grazie ancora

Violante 

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