La psicoterapia non fa per me?
Gent. Dottor Foti,
sono una ragazza di 21 anni. La mia vicenda di abuso è stata
a lungo nascosta (credo anche a me) per poi riaffiorare circa tre anni fa, in
modo così inaspettato da paralizzare e sconvolgere totalmente quella che era la
mia vita quotidiana e la percezione del mio corpo.
Incapace di reagire o di mantenere perlomeno il controllo
della situazione ho cercato aiuto nella psicoterapia, iniziando così un
pellegrinaggio ancora in corso tra i vari centri. Dico così perché sono stata,
ai miei occhi, un po’ passata da una struttura all’atra. Dal Telefono Rosa al
centro per adolescenti in crisi, lo psichiatra, la ASL, altre due psicologhe, e
ogni volta è sempre più penoso ricominciare da capo.
Non so se in questo campo sia corretto parlare di risultati,
forse io ho sempre cercato qualcosa che non potevo trovare, ho dei problemi
comunicativi, la psicoterapia non fa per me, non so che altro pensare per
motivare il fatto che in tutto questo tempo non ho risolto nulla, anzi mi sono
incasinata sempre di più. Ogni giorno mi chiedo quanto reggerò ancora.
A mio parere non ho preso le cose passivamente, ho cercato di
reagire, pensando che in fondo se facevo qualcosa che mi piaceva, se riprendevo
da dove avevo interrotto, tutto si sarebbe aggiustato. Invece non sono più
riuscita ad andare né avanti né indietro.
Mi sento terribilmente sola e fuori dal mondo, pervasa da
qualcosa di inesprimibile che non posso far altro che accettare rassegnata,
come se certi comportamenti fossero talmente dentro di me da non poter più
uscire. Forse ho creduto di potermene fregare, convinta che nulla mi toccasse.
Le due ore al mese dalla psicologa non alleviano nulla né qualcosa mi fa pensare
che in futuro sarà diverso.
Vorrei sapere se in qualche posto in Italia c’è la
possibilità di un altro tipo di aiuto, che non mi lasci così abbandonata a me
stessa e sempre più allo sfascio. Non mi dica solo che devo trovare dentro di
me la forza,che ci vuole tempo e cose del genere perché sono stanca e mi è proprio
impossibile.
La ringrazio di cuore.
Violante
Un viaggio
all’inferno del trauma per riattraversare il passato e tornare al futuro
Claudio Foti
Cara Violante,
non le
dirò ciò che teme, ma forse le dirò comunque qualcosa di conflittuale. Non le
farò la predica dicendo che deve trovare dentro di sé la forza. Uscire dal
trauma è possibile, ma non è questione di volontà, né tanto meno di uno sforzo
individuale. Non se ne esce da soli. Non le propinerò neppure la teoria
consolatoria ed irresponsabile che ci vuole tempo e che il tempo è rimedio di
tutti i mali.
La sua
sofferenza, la sua crisi, la sua solitudine, la sua estraneità al mondo hanno
le loro ragioni e non sono il frutto di una debolezza o di una colpa. Hanno le
loro ragioni e hanno le loro soluzioni.
Può essere che lei non abbia trovato la persona giusta, sufficientemente
disponibile ad accompagnarla con la necessaria vicinanza all’inferno del suo
trauma per riattraversare quel passato e per ritornare al futuro. Può essere
che non abbia trovato nessuno che le abbia dato fiducia e forza per tirare
fuori quel qualcosa di “inesprimibile”, che le resta dentro e che le produce la
sensazione penosa che non possa più uscire e che dunque non rimarrebbe altro da
fare che rassegnarsi.
Credo
comunque che ci sia da mettere a fuoco in lei, come in ogni vittima di eventi
sconvolgenti e destrutturanti, la tentazione dell’illusione, della fuga dalla
verità, una tentazione certamente comprensibile, ma ciò nondimeno rovinosa.
Quando non si ha nell’infanzia da parte dell’ambiente un sufficiente ascolto e
sostegno il trauma non solo non può essere superato, ma non può neppure essere
conservato dalla consapevolezza. Bisogna evacuarlo dalla mente. Ed anche quando
viene recuperato il ricordo risulta fortissima la tentazione di liberarsene, di
minimizzarlo, di edulcorarlo, di rimuoverlo, di rinviarne l’elaborazione, di
spostarlo, di coprirlo con razionalizzazioni ecc…
Lei stessa ammette di aver coltivato l’illusione che nel futuro “tutto si
sarebbe aggiustato” e specifica con originalità qualcosa che ho spesso sentito
da persone vittime di abuso sessuale nell’infanzia: “Forse ho creduto di
potermene fregare, convinta che nulla mi toccasse”. In altri termini ha creduto
di poter affrontare il presente e costruire il futuro senza fare i conti fino
in fondo sul piano cognitivo ed emotivo con un passato sofferto dove vissuti di
abbandono, impotenza, umiliazione, sessualizzazione, stigmatizzazione,
eccitazione ed angoscia si sono mescolati.
Mi chiedo: in che misura il suo “pellegrinaggio” è stato prodotto da
insufficienti risposte empatiche dei terapeuti incontrati, dal fatto che le
psicoterapie svolte non hanno centrato con adeguata attenzione e vicinanza il
suo trauma, e in che misura è derivato invece da un suo bisogno di interrompere
l’approfondimento del percorso di consapevolezza? O in che misura il
“pellegrinaggio” è derivato piuttosto da entrambe le cause (ipotesi che forse
potrebbe risultare la più credibile)?
Mi colpisce l’espressione “la psicoterapia non fa per me”. Anche questa
comunicazione, formulata attraverso espressioni sempre diverse, l’ho sentita
spesso. È una comunicazione drammatica, per me quasi commovente: merita grande
considerazione per la solitudine, la sfiducia e la disperazione di cui può
essere intrisa. La psicoterapia non è che un percorso, proposto in modalità più
o meno valide ed efficaci, per sviluppare la consapevolezza. Dire la
psicoterapia non fa per me può equivalere a dire: “La consapevolezza non fa per
me! La verità non fa per me!”
Ed è da
qui, Violante, che nascono i suoi problemi. Perché nessuna persona (tanto più
proviene da una vicenda sofferta) può dubitare, senza pagarne un prezzo, della
necessità di sviluppare la consapevolezza, della necessità di nutrire la
propria mente nel rapporto con la verità. Non c’è una forma di aiuto diversa da
una psicoterapia centrata sul suo trauma. Le auguro di trovare qualcuno (nella
nostra cultura può essere forse soltanto uno
psicoterapeuta) che abbia la forza di tollerare e comprendere il disagio, che
riesca a trasmetterle la fiducia nella capacità della sua mente di incontrare,
rivivere e rielaborare il suo passato con la necessaria pazienza e che abbia la
disponibilità di aiutarla in questo cammino per raccogliere “i risultati” di
trasformazione e di vitalità che questo cammino potrà generare.
L’immobilità
della terapia e la sensazione di un crollo imminente
Gent. Dott. Foti, le scrivo nuovamente, dopo la pubblicazione
sul forum della mia lettera, “non scappare da se stessi e dal proprio passato”
innanzitutto per ringraziarla di cuore per la sua risposta , esauriente e
davvero “vicina”. Ho cercato di riflettere sulle sue parole, comprenderne il
significato pratico e le esprimo ancora qualche dubbio. Lei ha ragione, su
tutti i fronti, ma è come se la mia realtà non volesse aderire a questi
presupposti teorici di “liberazione” attraverso la consapevolezza. Io non ho
voluto interrompere alcuna psicoterapia, non ho saltato mai una seduta, mi sono
sempre fidata piuttosto ciecamente di ciò che mi veniva proposto, che questo
fosse un farmaco o un cambio di terapeuta. Almeno consciamente non mi sono mai
ritratta al percorso verso la consapevolezza. Cercando di guardarmi
dall’esterno posso notare che nell’ultimo anno sono diminuite progressivamente
le mie aspettative, si sono ridotti gli obiettivi. Ora mi basterebbe riuscire
ad avere una vita più o meno normale, un lavoro che non mi imponga dopo massimo
sei mesi, di sparire senza una parola perché non posso più reggere né tanto
meno spiegare, perché non c’è via d’uscita. Rinuncerei a una vita sessuale e
affettiva non del tutto anestetizzata com’è ora, a fare ciò che facevo prima,
per un minimo di tranquillità, per non avere la percezione che il crollo sia
imminente e che io non possa far altro che resistere, e non ancora per molto. So
che mi dirà che l’unica strada per ottenere ciò che dico è ricercare la
consapevolezza, so che questa non è solo cronologica e “storica” ma anche
emozionale. Non vorrei peccare di presunzione dicendo che mi sembra di averla e
che non so che altro devo cercare, sono stanca, questa cosa mi sfinisce, mi
toglie entusiasmo e fiducia. In seduta sono ogni giorno più rigida, più
contratta, le parole fluiscono sempre di meno. Al punto che all’ultima terapeuta
sono stata in grado di raccontare solo gli ultimi tre anni, omettendo il resto.
Per certi versi l’ho fatto consapevolmente: dovrei stare a ragionare su cos’è
successo qui, cos’ho provato là, tanto più che non c’è niente da aggiungere,
mentre tutto va a rotoli? Le potrà sembrare una conclusione affrettata e
superficiale, ma è questo ciò che vedo. Se non è una questione di volontà che
cosa dovrei fare, aspettare? Che il terapeuta mi passi ad un altro? Che vengano
tempi migliori più favorevoli alla comunicazione e tutto rifiorisca? Intanto le
cose che riesco a fare sono sempre meno, così come la forza e la fiducia nel cambiamento.
Ho la sensazione che crollerà quel poco che ancora sta in piedi. L’immobilità
della psicoterapia mi riempie di angoscia, esco dall’ambulatorio arrabbiata,
delusa. Salvare il salvabile è per me condizione necessaria per andare avanti,
tutto mi sta cadendo addosso, come posso pensare a perché è successo, come,
chi? Sono sola, lei mi augura di trovare un terapeuta che sappia accompagnarmi,
ma io non so dove cercare…
Violante
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