Una lettera da Antonia
Tagliare le radici dei ricordi?
“Mi è capitato di leggere su una rivista “Riza psicosomatica” un articolo che mi ha disorientato e anche fatto arrabbiare. Sono stata attirata da un titolo in copertina: “Come superare i traumi del passato”. Poi ho letto in una pagina interna: “Taglia a poco a poco le radici dei ricordi. Non parlarne più.” Ho subito un lungo abuso da mio zio quando ero bambina e che sto portando avanti da oltre due anni una psicoterapia con tanta fatica economica e di testa. All’interno di questa terapia sono riuscita a guardare in faccia al ricordo della violenza che ho subito e che non ho mai dimenticato, ma che avevo in qualche modo messo da parte e minimizzato, perché non riuscivo a collegare tanti problemi, tante insicurezze e tante paure che si manifestavano dentro di me all’abuso di cui sono stata vittima. Ho impiegato parecchio tempo per trovare la forza e il coraggio per parlare ai miei genitori di quello che mi è successo ed è stata una grande liberazione accorgermi che soprattutto mia madre ha reagito bene a questa comunicazione: non solo non s’è suicidata né è impazzita, come temevo in qualche angolo della mia mente, ma mi è stata in qualche modo vicina. Ma la scelta più importante e faticosa è stata di parlare del mio abuso con il mio fidanzato conosciuto da appena un anno, ma capace di farmi vivere un sentimento che non avevo mai conosciuto. La mia terapeuta mi ha incoraggiato molto a muovermi in questa direzione. Ora leggo che bisognerebbe tagliare le radici dei ricordi, non parlandone più. Il testo così proseguiva “Non coinvolgere in questa atmosfera il tuo mondo esterno alla famiglia (ad esempio un nuovo partner, amici appena conosciuti, colleghi), sia fisicamente che attraverso le tue confidenze. Ciò ti consentirà di viverti più liberamente di mostrarti diverso rispetto al solito ruolo familiare e di non sentirti giudicato da chi non può capire”. Allora sarebbe tutto sbagliato il mio percorso? Mi chiedo come è possibile che degli psicologi possano suggerire di non parlare più dei traumi del passato.
Antonia
Non mettere il silenziatore ai ricordi e alle emozioni del trauma
Cara Antonia,
lei ha avuto tanta fortuna a trovare una terapeuta capace di vicinanza e di sostegno e che l’ha incoraggiata ad esplicitare ai suoi familiari e al partner la propria vicenda, per sottrarla ad un silenzio che avrebbe rischiato di alimentare e di prolungare all’infinito la tendenza, tipica di ogni vittima, a guardare con un senso di indegnità e di colpa alla propria esperienza traumatica, mantenendola nell’area dell’indicibilità.
Ora, se lei avesse intenzione di parlare con il suo nuovo partner della propria vicenda infantile per attirare l’attenzione su di sé in modo vittimistico o manipolativo, ovviamente non andrebbe bene. Ma se invece gliene vuol parlare, come mi sembra, per aprire un terreno di comunicazione autentica sulle vostre storie per poter imparare a condividere meglio i problemi e per potenziare l’intimità, è una scelta semplicemente straordinaria, su cui non deve dubitare.
Comunicare le proprie esperienze traumatiche all’interno della coppia diventa in questo caso un modo per ottenere conforto, per farsi conoscere e nel contempo per conoscere il suo partner, per verificare se dispone di quella comprensione emotiva che sarà così indispensabile nel cammino futuro della coppia. Ovviamente, come si suol dire, a buon rendere … Siccome anche il suo partner viene da questo mondo e non certo da un pianeta dove l’infanzia scorre priva di problemi e sofferenze, toccherà a lei assumere il medesimo atteggiamento di ascolto empatico quando emergeranno punti di ferita emergenti dalla storia del suo fidanzato.
Cara Antonia, le persone che come lei sono state vittima di un abuso infantile e con grande impegno e coraggio hanno incominciato a scalare la montagna dell’elaborazione del trauma per liberarsi dai danni che hanno subito devono imparare a procedere sulla propria strada senza curarsi delle aree di indifferenza, di insensibilità e di ignoranza che circondano il fenomeno della violenza sui bambini e che si estendono alle problematiche dei soggetti traumatizzati. Queste aree purtroppo sono diffuse anche nel mondo della psicologia. Se così non fosse le violenze fisiche, psicologiche e sessuali ai danni dell’infanzia non sarebbero tanto consistenti e le esperienze traumatiche dei bambini e degli adulti non sarebbero destinate, come purtroppo accade, a trovare raramente risposte terapeutiche adeguate.
Con un progresso molto lento e faticoso, ma inarrestabile, sta crescendo la consapevolezza che le esperienze traumatiche ed avversive, subite nell’infanzia e nell’adolescenza, producono le conseguenze più deleterie nella misura in cui non possono essere messe in parola e condivise all’interno di relazioni con adulti capaci di comprensione e di empatia. Le resistenze a questa consapevolezza sono tuttavia molto forti: la tentazione di fronte alle sofferenze traumatiche di ricorrere al vecchio adagio “mettiamoci una pietra sopra” è molto forte. E’ la strada immediatamente più semplice e meno gravosa: sia per chi ha subito l’esperienza traumatica ed avversiva, in quanto si risparmia così il dolore di riviverla e di accettare di averla subita, sia per chi è chiamato ad ascoltarla (magari in quanto psicologo), in quanto si risparmia la fatica di condividerla e di aiutare la rielaborazione. Dunque, Antonia, non si stupisca, se trova affermazioni come quelle da lei riportate in campo psicologico. “Non ti curar di lor, ma guarda e passa”, scriveva Dante Alighieri. Le auguro di imparare ad essere più convinta della strada intrapresa e nel contempo ad accettare (che non significa condividere!) e comprendere le ragioni difensive per cui la maggior parte delle persone (tra cui un numero notevole di psicologi) preferiscono mantenere l’illusione che la soluzione migliore di fronte ai trauma sia quella di seguire la strada difensiva più immediata e facile, che è quella di illudersi che sia possibile sforzarsi di dimenticare, non parlandone più e tagliando le radici del ricordo.
Con un progresso molto lento e faticoso, ma inarrestabile, sta crescendo la consapevolezza che le esperienze traumatiche ed avversive, subite nell’infanzia e nell’adolescenza, producono le conseguenze più deleterie nella misura in cui non possono essere messe in parola e condivise all’interno di relazioni con adulti capaci di comprensione e di empatia. Le resistenze a questa consapevolezza sono tuttavia molto forti: la tentazione di fronte alle sofferenze traumatiche di ricorrere al vecchio adagio “mettiamoci una pietra sopra” è molto forte. E’ la strada immediatamente più semplice e meno gravosa: sia per chi ha subito l’esperienza traumatica ed avversiva, in quanto si risparmia così il dolore di riviverla e di accettare di averla subita, sia per chi è chiamato ad ascoltarla (magari in quanto psicologo), in quanto si risparmia la fatica di condividerla e di aiutare la rielaborazione. Dunque, Antonia, non si stupisca, se trova affermazioni come quelle da lei riportate in campo psicologico. “Non ti curar di lor, ma guarda e passa”, scriveva Dante Alighieri. Le auguro di imparare ad essere più convinta della strada intrapresa e nel contempo ad accettare (che non significa condividere!) e comprendere le ragioni difensive per cui la maggior parte delle persone (tra cui un numero notevole di psicologi) preferiscono mantenere l’illusione che la soluzione migliore di fronte ai trauma sia quella di seguire la strada difensiva più immediata e facile, che è quella di illudersi che sia possibile sforzarsi di dimenticare, non parlandone più e tagliando le radici del ricordo.
Le dico poi che sono andato a cercarmi la rivista che lei citata. “Riza psicosomatica” ha avuto una funzione storica meritoria in Italia nel sensibilizzare alla conoscenza dei disturbi psicosomatici. Non condivido tuttavia la scelta di confondere il messaggio della psicoterapia e della cura di sé con il messaggio seduttivo della pubblicità. Il numero in questione è dedicato all’autostima con un titolo accattivante: “L’autostima. Trovarla è semplice. Così realizzi ciò che vuoi”. Non credo che con una sana autostima si possa realizzare ciò che si vuole, anche perché una sana autostima consente di riconoscere meglio i propri limiti soggettivi e i limiti dell’essere umano in generale. Inoltre ritengo illusoria e pericolosa l’idea che sia semplice ed immediato imparare a regolare la propria autostima: per un soggetto che ha subito esperienze traumatiche o avversive (il 75% della popolazione femminile a giudicare dalla ricerca citata e la situazione non mi sembra affatto migliore per quella maschile!) può essere il risultato di un percorso di maturazione di lunghi anni, può essere l’obiettivo di un’intera esistenza.
Per ripristinare l’immagine di sé danneggiata ed inquinata non mi pare ci siano alternative alla ricerca di una strada che consenta di tornare con il pensiero e con la parola al passato assieme a qualcuno che sia in grado di incoraggiare e non di scoraggiare la memoria, fin tanto che non si riescano a contattare e a sciogliere tutti i nodi della sofferenza traumatica sperimentata.
C’è da dire che i traumi del passato, a cui si riferisce l’articolo che l’ha colpita ed infastidita, non hanno nulla a che fare con i traumi reali che portano consapevolmente o inconsapevolmente schiere di individui in psicoterapia: abusi fisici e sessuali patiti nell’infanzia, atteggiamenti di rifiuto, disprezzo, umiliazione, colpevolizzazione sperimentati nella famiglia di origine, messaggi angoscianti, compiti impossibili, legami confusivi e vincolanti un tempo interiorizzati,
maltrattamenti psicologici e morali, forme varie di violenza assistita, ecc…
L’articolo si riferisce più ai traumi che gli adulti cercano di scaricare sui bambini, piuttosto che ai traumi nell’infanzia e nell’adolescenza che bussano insistentemente nella vita adulta e che chiedono di essere ricordati e rielaborati. Alcuni passaggi sono interessanti: “Ci sono famiglie in cui … una grave malattia di uno, seppur superata, tiene tutti i familiari in uno stato di allerta da molti anni; oppure c’è un gran segreto, qualcosa di grosso avvenuto tanti anni fa (tradimenti, rotture parentali, guai con la giustizia) di cui non si può parlare, ma di cui tutti sentono l’inquietante presenza … la vita della famiglia è bloccata da questo eventi ogni membro sembra dover pagare un prezzo per quanto accaduto: ad es. un figlio non riesce a concedersi ciò che i genitori non hanno avuto perché gli sembra di far loro un torto ”. Il titolo dell’articolo avrebbe dovuto coerentemente essere: “Non fatevi condizionare dai ricatti del passato familiare!”
maltrattamenti psicologici e morali, forme varie di violenza assistita, ecc…
L’articolo si riferisce più ai traumi che gli adulti cercano di scaricare sui bambini, piuttosto che ai traumi nell’infanzia e nell’adolescenza che bussano insistentemente nella vita adulta e che chiedono di essere ricordati e rielaborati. Alcuni passaggi sono interessanti: “Ci sono famiglie in cui … una grave malattia di uno, seppur superata, tiene tutti i familiari in uno stato di allerta da molti anni; oppure c’è un gran segreto, qualcosa di grosso avvenuto tanti anni fa (tradimenti, rotture parentali, guai con la giustizia) di cui non si può parlare, ma di cui tutti sentono l’inquietante presenza … la vita della famiglia è bloccata da questo eventi ogni membro sembra dover pagare un prezzo per quanto accaduto: ad es. un figlio non riesce a concedersi ciò che i genitori non hanno avuto perché gli sembra di far loro un torto ”. Il titolo dell’articolo avrebbe dovuto coerentemente essere: “Non fatevi condizionare dai ricatti del passato familiare!”
In queste situazioni certamente il figlio deve rompere con il passato, nel senso di rompere con i vincoli di dipendenza dai propri genitori, ma anche in questo caso egli ha esigenza di ricordare e non di dimenticare quanto ha sofferto per il clima familiare opprimente, ha bisogno di parlare e di essere ascoltato, magari anche dal suo partner, oltre che dal suo psicoterapeuta, ha necessità di un impegno di comunicazione e di consapevolezza prima ancora che uno sforzo di volontà.
L’articolo è comunque molto confusivo. I due titoli che compaiono sono molto contraddittori: da un lato “Non farti più frenare dai traumi del passato”, dall’altro “Taglia a poco a poco le radici dei ricordi. Non parlarne più”. Quest’ultimo messaggio molto netto sembra proporre la dimenticanza, la negazione, l’atto volontaristico piuttosto che l’elaborazione.
E’ vero dunque che esistono traumi familiari antichi che sono usati dagli adulti per scaricare sui figli il costo di una loro incapacità a ricordarli ed ad affrontarli. Ed in queste situazioni i figli in effetti devono cercare di prendere le distanze da quel passato, perché i traumi in questione non sono i loro e perché rischiano di restarne invischiati.
E’ vero inoltre che in qualche paziente può manifestarsi una modalità di parlare del passato finalizzata non già a far emergere le emozioni bloccate e farle fluire, bensì per alimentare un atteggiamento depressivo, vittimistico o rivendicativo.
Ma il messaggio dell’articolo, così come il messaggio di molta cultura psicologica rimane molto disorientante perché nasconde e mistifica una verità fondamentale, quella che è ben sintetizzata da Cermak e Brown: « Nessun dolore è tanto intenso quanto il dolore che si rifiuta di affrontare, nessuna sofferenza è tanto duratura quanto la sofferenza che ci si rifiuta di riconoscere»
E’ vero dunque che esistono traumi familiari antichi che sono usati dagli adulti per scaricare sui figli il costo di una loro incapacità a ricordarli ed ad affrontarli. Ed in queste situazioni i figli in effetti devono cercare di prendere le distanze da quel passato, perché i traumi in questione non sono i loro e perché rischiano di restarne invischiati.
E’ vero inoltre che in qualche paziente può manifestarsi una modalità di parlare del passato finalizzata non già a far emergere le emozioni bloccate e farle fluire, bensì per alimentare un atteggiamento depressivo, vittimistico o rivendicativo.
Ma il messaggio dell’articolo, così come il messaggio di molta cultura psicologica rimane molto disorientante perché nasconde e mistifica una verità fondamentale, quella che è ben sintetizzata da Cermak e Brown: « Nessun dolore è tanto intenso quanto il dolore che si rifiuta di affrontare, nessuna sofferenza è tanto duratura quanto la sofferenza che ci si rifiuta di riconoscere»
Claudio Foti

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