lunedì 30 settembre 2013

E TUTTI GLI ANNI CHE HA SOFFERTO COME UN CANE NON CONTANO?

E tutti gli anni che ha sofferto come un cane non contano?




Salve,
sono Daria, vi scrivo perché abbiamo bisogno di un consiglio.
Abbiamo 2 figli uno di 13 e l'altro 12 anni. Tre anni fa abbiamo portato il più grande da una psicopedagogista per delle terapie. La seconda volta la psicopedagogista ha voluto vedere tutti e due per poi rendersi conto che il più piccolo era messo peggio – sia pure in modo diverso – che il grande. Biagio (il più piccolo) è sempre stato chiuso, scappava, piangeva spesso!
Grazie alla psicopedagogista si è confidato con suo fratello, che poi una domenica a pranzo ha tirato fuori cosa gli aveva confidato.
Da quando aveva circa 2 anni sua cugina di 40 anni gli faceva fare dei "giochi al dottore" sul divano. Lei si spogliava, si coricava e coricava il bambino sopra di lei per poi toccargli i genitali facendo dei movimenti per lui strani!!
Allora noi abbiamo denunciato i fatti, ci siamo presi un avvocato, c'è stata fatta una perizia che dice che il bambino dice la verità, che non si è inventato niente!!!
La cugina non si è mai fatta vedere in tribunale!
Adesso hanno archiviato il caso dicendo che Biagio oggi sta bene!!
E tutti gli anni che ha sofferto come un cane non contano???
È cambiato totalmente dopo avermi detto tutta la storia, dopo essersi liberato!
Vorrei sapere dove ci possiamo rivolgere per avere giustizia!!!
Non si può archiviare un caso cosi!! Ma noi non abbiamo nemmeno più soldi da spendere in avvocati, abbiamo dato tutto all'avvocato che ci ha portato avanti la causa fin qui.
Chi ci aiuta?? Ci deve essere qualcuno che aiuta in casi del genere!!??
Quella persona non deve passare liscio quello che ha fatto!!

Aspetto una vostra risposta
Daria



Di fronte all'abuso archiviato non archiviare la terapia.

Claudio Foti

Mi dispiace farle presente una verità che può sembrarle sconcertante, ma che nostro malgrado dobbiamo subire nella fase storica in cui ci troviamo.
Dobbiamo subire, ma anche imparare a guardare in faccia, al fine di trovare le modalità più efficaci per affrontare la situazione.
La maggior parte degli abusi sessuali ai danni dei bambini nella nostra società rimane schiacciata in una zona oscura di silenzio, di impunità per gli autori, di autocolpevolezza e di autoannichilimento delle vittime. Una gran parte degli abusi che vengono denunciati non sono presi sul serio dalle istituzioni sociali e giudiziarie, nonostante le trasformazioni normative e procedurali che si sono registrate negli ultimi decenni a favore della tutela dell’infanzia e nonostante una qualche crescita della consapevolezza degli operatori e dei professionisti sui temi della violenza ai minori. Storicamente l’abuso sessuale sui minori è sempre stato un fenomeno sommerso ed impunito. Oggi ci aspetteremmo, a fronte della nuova attenzione ai problemi e ai diritti dell’infanzia, che qualcosa cambiasse in modo risoluto e netto, che la protezione nei confronti dei bambini fosse estesa e garantita. Non è così e non può essere così perché le radici della perversione nella mente dei singoli e nella società sono più profonde di quanto ci piaccia, e il bisogno della comunità umana di strumentalizzare i propri cuccioli è assai esteso.
Questo non vuol dire che l’intervento di protezione dei bambini non sia cresciuto. Tuttavia il deficit di capacità sociale e professionale di ascolto e di sostegno dei bambini che rivelano un abuso e le carenze gravissime nei procedimenti di indagine di polizia giudiziaria da un lato e di valutazione psicologico-forense dall’altro fanno sì che l’apparato giudiziario finisca in molti casi per non avere a disposizione le prove necessarie per dare una risposta di giustizia e di riparazione nei confronti di bambini palesemente abusati. Non di rado anche in presenza di prove significative i giudici non dispongono della preparazione necessaria a valutarne la consistenza, e gli argomenti degli avvocati della difesa tendono a prevalere, soprattutto laddove gli imputati dispongono di capacità di negoziazione economica, sociale e giuridica. Tutto ciò è scandaloso, ma inevitabile. Certamente il fenomeno dell’abuso sui bambini non può più essere negato come lo è stato per millenni, e un numero crescente di casi, per quanto ancora piccolo rispetto alle dimensioni che caratterizzano il fenomeno, comincia ad essere denunciato e affrontato correttamente. D’altra parte la nostra comunità sociale si regge su un equilibrio in cui la cultura e la prassi della perversione rappresentano un perno fondamentale. La perversione non è un fatto marginale e perdente nella nostra realtà storica. Impunità garantite dal silenzio, archiviazioni ed assoluzioni sono esiti inevitabili di una società che produce resistenza strenua nei confronti della possibilità, potenzialmente squilibrante ed eversiva, di fare uscire interamente dal buio il dramma, massicciamente diffuso e difforme, dell’abuso sessuale sui bambini.
Ho visto tanti genitori impattare con questa realtà e rimanerne sconvolti, reagendo con manifestazioni di rabbia impotente ed autodistruttiva, di sfiducia nel mondo e nel futuro, di logorante disperazione. Ho visto diversi operatori e professionisti perdere la motivazione a lavorare sui temi del maltrattamento all’infanzia di fronte agli insuccessi e alle incomprensioni a cui il proprio lavoro è andato incontro. Ho conosciuto personalmente momenti di sconforto, di collera e di depressione di fronte a questa realtà che è difficilissimo accettare. Le suddette reazioni sono normali e comprensibili, ma anche controproducenti. Vanno tollerate anch’esse, ma vanno elaborate e superate. Occorre calmarsi e guardare a ciò che si può fare. Nonostante tutto le cose stanno impercettibilmente cambiando non solo verso il peggio come purtroppo possiamo concludere analizzando certe tendenze, ma anche verso il meglio, come avviene ad altri livelli (per es. un numero meno esiguo di operatori e professionisti comincia ad essere formato sul tema). Sicuramente le cose cambieranno nei prossimi anni (sarebbe più corretto dire decenni, senza per questo perdere né la speranza, né l’indignazione!)
Veniamo ora al suo caso.
“Quella persona non deve passare liscio quello che ha fatto!!” Capisco il suo desiderio di vendetta. Chiunque al suo posto lo proverebbe. Questo sentimento è legittimo e comprensibile, ma non si faccia sequestrare dalla rabbia. Il problema più importante è garantire a suo figlio una risposta terapeutica. È un dato che in genere viene totalmente trascurato dai genitori, anche da coloro che intuiscono il danno arrecato al figlio dall’abuso.
Non posso intervenire con conoscenza di causa, ma posso consigliarle di rivolgersi ad un centro specializzato sui temi del maltrattamento all’infanzia vicino alla città dove risiede. Può telefonare al nostro centro per informazioni. Occorre una consulenza per valutare: 1) cos’è successo precisamente (i dati che lei comunica sono rilevanti ma insufficienti); 2) formulare una diagnosi psicologica sul danno subito dal bambino; 3) capire cosa può essere ancora fatto sul piano penale (ammesso che i giochi non siano purtroppo definitivamente chiusi). Ma occorre che lei sia aiutata a non sprofondare in una rabbia ristagnante e in un vissuto di frustrazione impotente. Qualcosa comunque si può fare. Qualcosa di importante, o meglio di fondamentale, di decisivo. Occorre elaborare l’accaduto in famiglia, esprimere i sentimenti che ha suscitato in tutti voi, riprendere a vivere. Occorre soprattutto curare il bambino.
  

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