lunedì 30 settembre 2013

LA WONDER WOMAN E LA BAMBINA VIOLENTATA

La Wonder Woman e la bambina violentata



Che dire? Che dire arrivate a trent’anni, tre figli, un lavoro impegnativo?
Che dire? Che ogni mattina mi alzo sperando di sopravvivere ad un altro giorno.
Sperando che nessuno veda oltre la pedagogista, la roccia, la wonder woman…
Sperando che nessuno veda la bambina violentata da quando aveva sei anni, costretta a tacere perché il padre metteva una pistola alla testa delle due sorelline che dormivano e diceva: che fai amore mio?
Speriamo che nessuno senta le voci devastanti e laceranti della bambina dentro che continuamente urla di dolore, e a volte fa fatica a non buttarsi giù dai balconi.
Se solo qualcuno sapesse…quanto è straordinariamente coraggioso per me vivere una vita normale. Quanto ogni cosa mi appaia così straordinaria e meravigliosa, da non reggere il peso della normalità.
 Ho tre meravigliosi bambini. Mi auguro che questo mi basti a sopravvivere…
A presto, se lo vorrà

Bianca



 

La piccola vittima dotata

Claudio Foti

Carissima amica,
ho ascoltato molte comunicazioni come la sua, molto differenti tra loro per stile comunicativo, per originalità di espressione e di contenuto, per drammaticità della vicenda, ma molto simili nel delineare una strategia difensiva che da bambini o bambine si è dovuta attivare per sopravvivere ad una situazione traumatica. C’è una tipologia di vicende post-traumatiche, successive in genere ad un abuso sessuale, che definirei parafrasando un noto libro di Alice Miller “il dramma della piccola vittima dotata”. Questa piccola vittima ha subito o assistito in varie forme ad una violenza devastante, che ha prodotto una sovreccitazione emotiva di terrore, sofferenza, rabbia, senso di colpa e confusione… L’ascolto e il sostegno ricevuto da parte dell’ambiente di fronte all’abuso subito sono stati spesso molto carenti e la piccola vittima ha dovuto cavarsela da sé, attivando le proprie doti e le proprie qualità d’intelligenza, di autocontrollo emotivo, di creatività, di capacità di accedere ad una zona sufficientemente sana di sentimenti e raschiando il fondo del barile delle proprie energie e delle proprie risorse. La piccola vittima dotata – dotata non già di una buona sorte e neppure di sostegni empatici consistenti da parte dell’ambiente, bensì di proprie risorse soggettive – deve dunque cercare di accantonare le umiliazioni subite, deve cercare di rimuovere e di scindere la parte infantile ferita connessa con la violenza subita, deve cercare di fare in modo che la sovrattivazione emotiva rimanga sotto controllo e non dilaghi in settori della vita sociale, scolastica, familiare, professionale nei quali la piccola vittima crescendo intende realizzare obiettivi significativi per esprimere se stessa e per emanciparsi.
La piccola vittima dotata si concentra così, nella propria crescita giovanile ed adulta, su percorsi di realizzazione personale che può compiere con successo. Talvolta tali percorsi riguardano la crescita o la cura di figli, di allievi, di minori di cui ci si assume la responsabilità e nei confronti dei quali si dedicano energie importanti con impegno e sensibilità, per dare loro ciò che non si è ricevuto.
Tuttavia, dovendo investire tutte le proprie energie per realizzare gli obiettivi evolutivi e professionali scelti, e per salvaguardare così la propria autostima tenendosi lontano dalle umiliazioni ricevute, la piccola vittima dotata, nella propria evoluzione adulta, ha finito per accantonare la propria esperienza di vittimizzazione e la gran parte dei sentimenti intensi e conflittuali connessi a questa esperienza. Non è escluso che questo soggetto nella propria crescita adulta abbia fatto dei tentativi per prendersi cura della propria infanzia travagliata e ferita, attraverso approcci psicoterapeutici, psicologici o similpsicologici. Ma spesso si è trattato di tentativi, nel migliore dei casi incompleti e parziali: percorsi esitanti che si sono fermati sulla soglia dei gironi più bui dell’inferno infantile vissuto o che non hanno saputo o potuto consentire al soggetto di integrare tutti gli aspetti del proprio passato di violenza e di strumentalizzazione.
Ne è derivata dunque una profonda disarmonia all’interno della personalità della piccola vittima dotata, ora divenuta adulta: da un lato la pedagogista o professionista, che ha sovrattivato la razionalità, dall’altro la bambina violentata, sovrastata da emozioni fortissime; da un lato la roccia, che è riuscita ad affrontare nell’infanzia, nell’adolescenza e nella vita adulta mille esperienze difficili, dall’altro la parte debole e sensibile, carica di sofferenza e di bisognosità; da un lato la wonder woman, percepita dagli altri come persona potente e volitiva, dall’altro la bambina impotente, schiacciata da situazioni sovrastanti.
Si tratta – mi verrebbe da definirla così – di una normalissima scissione a cui frequentemente va incontro la piccola vittima dotata. La parte infantile, debole e sofferente, non ha certo impedito l’espressione e la declinazione forte e combattiva del Sé nella vita adulta, ma di tanto in tanto questa parte riemerge con laceranti segni di dolore e insofferenza. Inevitabilmente, insopprimibilmente. Perché la parte debole rappresenta la storia, rappresenta l’emotività vissuta e non ancora ascoltata in pieno, rappresenta la bambina che chiede ancora aiuto e comprensione, in quanto non ne ha ricevuto a sufficienza. Certo, la bambina violentata e impotente sembra interferire con l’efficienza della wonder woman, ma questo è il prezzo da pagare affinché il soggetto possa essere utilmente sollecitato ad un impegno ulteriore di vicinanza e di cura – un impegno più profondo ed adeguato –nei confronti del proprio Sé infantile vittimizzato, affinché il soggetto possa essere vantaggiosamente spinto ad un lavoro di consapevolezza per integrare maggiormente le parti di sé: il passato con il presente, la razionalità con l’emotività, la forza con la debolezza. Da una nuova amicizia fra la vita adulta e quella infantile potrà derivare una diminuzione del disagio strisciante od esplosivo nel soggetto, potrà nascere una maggiore armonia interiore ed una maggiore e più realistica efficienza, ed anche un approfondimento della capacità di aiuto sensibile nei confronti dei bambini attorno a sé, a partire da un più profondo riconoscimento della bambina dentro il sé.


Grazie

Quando ero una bambina, solitamente, dopo le violenze che subivo senza fiatare poiché ero certa che altrimenti le mie sorelline sarebbero state uccise, mi alzavo dal lettone di mio padre e andavo verso la cucina. Mio padre si chiudeva in bagno e restava lì per molto tempo.
Andando verso la cucina c’era un grande specchio. Ecco, io passavo lì davanti, e vedevo dall’altra parte una donna bella, alta, con i capelli lunghi, sempre con un libro in mano ed una ventiquattrore nella mano.
…è la stessa immagine che ora vedo tutte le mattine prima di uscire di casa.
Credo di essere sopravvissuta solo grazie alla certezza che un giorno sarei stata quella donna lì.
Ma dio sa quanto sia stato doloroso e lancinante. E quanto anche questo sia solo un tentativo…
Grazie dr. Foti, erano anni che aspettavo di capire quello che lei mi ha spiegato in un attimo.
Una volta mi sono rivolta ad un centro di salute mentale.
La terapeuta, dopo 20 minuti di racconto, mi ha chiesto se poteva alzarsi e andare a fumarsi una sigaretta. È finito così l’unico tentativo di fare una terapia.
Ho fatto tutto da sola. Non so se è abbastanza, ma tutto da sola.
A presto, se lo vorrà

Bianca 

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