La Wonder Woman e la bambina violentata
Che
dire? Che dire arrivate a trent’anni, tre figli, un lavoro impegnativo?
Che
dire? Che ogni mattina mi alzo sperando di sopravvivere ad un altro giorno.
Sperando
che nessuno veda oltre la pedagogista, la roccia, la wonder woman…
Sperando che nessuno veda la bambina violentata da quando
aveva sei anni, costretta a tacere perché il padre metteva una pistola alla
testa delle due sorelline che dormivano e diceva: che fai amore mio?
Speriamo che nessuno senta le voci devastanti e
laceranti della bambina dentro che continuamente urla di dolore, e a volte fa
fatica a non buttarsi giù dai balconi.
Se solo qualcuno sapesse…quanto è straordinariamente
coraggioso per me vivere una vita normale. Quanto ogni cosa mi appaia così
straordinaria e meravigliosa, da non reggere il peso della normalità.
Ho
tre meravigliosi bambini. Mi auguro che questo mi basti a sopravvivere…
A
presto, se lo vorrà
Bianca
La piccola vittima
dotata
Claudio Foti
Carissima amica,
ho ascoltato molte comunicazioni come la sua,
molto differenti tra loro per stile comunicativo, per originalità di
espressione e di contenuto, per drammaticità della vicenda, ma molto simili nel
delineare una strategia difensiva che da bambini o bambine si è dovuta attivare
per sopravvivere ad una situazione traumatica. C’è una tipologia di vicende
post-traumatiche, successive in genere ad un abuso sessuale, che definirei
parafrasando un noto libro di Alice Miller “il dramma della piccola vittima
dotata”. Questa piccola vittima ha subito o assistito in varie forme ad una
violenza devastante, che ha prodotto una sovreccitazione emotiva di terrore,
sofferenza, rabbia, senso di colpa e confusione… L’ascolto e il sostegno
ricevuto da parte dell’ambiente di fronte all’abuso subito sono stati spesso
molto carenti e la piccola vittima ha dovuto cavarsela da sé, attivando le
proprie doti e le proprie qualità d’intelligenza, di autocontrollo emotivo, di
creatività, di capacità di accedere ad una zona sufficientemente sana di
sentimenti e raschiando il fondo del barile delle proprie energie e delle proprie
risorse. La piccola vittima dotata – dotata non già di una buona sorte e
neppure di sostegni empatici consistenti da parte dell’ambiente, bensì di
proprie risorse soggettive – deve dunque cercare di accantonare le umiliazioni
subite, deve cercare di rimuovere e di scindere la parte infantile ferita
connessa con la violenza subita, deve cercare di fare in modo che la
sovrattivazione emotiva rimanga sotto controllo e non dilaghi in settori della
vita sociale, scolastica, familiare, professionale nei quali la piccola vittima
crescendo intende realizzare obiettivi significativi per esprimere se stessa e
per emanciparsi.
La piccola vittima dotata si concentra
così, nella propria crescita giovanile ed adulta, su percorsi di realizzazione
personale che può compiere con successo. Talvolta tali percorsi riguardano la
crescita o la cura di figli, di allievi, di minori di cui ci si assume la
responsabilità e nei confronti dei quali si dedicano energie importanti con
impegno e sensibilità, per dare loro ciò che non si è ricevuto.
Tuttavia, dovendo
investire tutte le proprie energie per realizzare gli obiettivi evolutivi e professionali
scelti, e per salvaguardare così la propria autostima tenendosi lontano dalle
umiliazioni ricevute, la piccola vittima dotata, nella propria
evoluzione adulta, ha finito per accantonare la propria esperienza di vittimizzazione
e la gran parte dei sentimenti intensi e conflittuali connessi a questa
esperienza. Non è escluso che questo soggetto nella propria crescita adulta
abbia fatto dei tentativi per prendersi cura della propria infanzia travagliata
e ferita, attraverso approcci psicoterapeutici, psicologici o similpsicologici.
Ma spesso si è trattato di tentativi, nel migliore dei casi incompleti e
parziali: percorsi esitanti che si sono fermati sulla soglia dei gironi più bui
dell’inferno infantile vissuto o che non hanno saputo o potuto consentire al
soggetto di integrare tutti gli aspetti del proprio passato di violenza e di
strumentalizzazione.
Ne è derivata dunque una
profonda disarmonia all’interno della personalità della piccola vittima
dotata, ora divenuta adulta: da un lato la pedagogista o
professionista, che ha sovrattivato la razionalità, dall’altro la bambina
violentata, sovrastata da emozioni fortissime; da un lato la roccia,
che è riuscita ad affrontare nell’infanzia, nell’adolescenza e nella vita
adulta mille esperienze difficili, dall’altro la parte debole e sensibile,
carica di sofferenza e di bisognosità; da un lato la wonder woman,
percepita dagli altri come persona potente e volitiva, dall’altro la bambina
impotente, schiacciata da situazioni sovrastanti.
Si tratta – mi verrebbe da
definirla così – di una normalissima scissione a cui frequentemente va incontro
la piccola vittima dotata. La parte infantile, debole e sofferente, non
ha certo impedito l’espressione e la declinazione forte e combattiva del Sé
nella vita adulta, ma di tanto in tanto questa parte riemerge con laceranti
segni di dolore e insofferenza. Inevitabilmente, insopprimibilmente. Perché la
parte debole rappresenta la storia, rappresenta l’emotività vissuta e non
ancora ascoltata in pieno, rappresenta la bambina che chiede ancora aiuto e
comprensione, in quanto non ne ha ricevuto a sufficienza. Certo, la bambina
violentata e impotente sembra interferire con l’efficienza della wonder
woman, ma questo è il prezzo da pagare affinché il soggetto possa essere
utilmente sollecitato ad un impegno ulteriore di vicinanza e di cura – un
impegno più profondo ed adeguato –nei confronti del proprio Sé infantile vittimizzato,
affinché il soggetto possa essere vantaggiosamente spinto ad un lavoro di
consapevolezza per integrare maggiormente le parti di sé: il passato con il
presente, la razionalità con l’emotività, la forza con la debolezza. Da una
nuova amicizia fra la vita adulta e quella infantile potrà derivare una
diminuzione del disagio strisciante od esplosivo nel soggetto, potrà nascere
una maggiore armonia interiore ed una maggiore e più realistica efficienza, ed
anche un approfondimento della capacità di aiuto sensibile nei confronti dei
bambini attorno a sé, a partire da un più profondo riconoscimento della bambina
dentro il sé.
Quando ero una bambina, solitamente, dopo le
violenze che subivo senza fiatare poiché ero certa che altrimenti le mie
sorelline sarebbero state uccise, mi alzavo dal lettone di mio padre e andavo
verso la cucina. Mio padre si chiudeva in bagno e restava lì per molto tempo.
Andando verso la cucina c’era un grande
specchio. Ecco, io passavo lì davanti, e vedevo dall’altra parte una donna
bella, alta, con i capelli lunghi, sempre con un libro in mano ed una
ventiquattrore nella mano.
…è la stessa immagine che ora vedo tutte le
mattine prima di uscire di casa.
Credo di
essere sopravvissuta solo grazie alla certezza che un giorno sarei stata quella
donna lì.
Ma dio sa quanto sia stato
doloroso e lancinante. E quanto anche questo sia solo un tentativo…
Grazie dr. Foti, erano anni
che aspettavo di capire quello che lei mi ha spiegato in un attimo.
Una volta mi sono rivolta ad
un centro di salute mentale.
La
terapeuta, dopo 20 minuti di racconto, mi ha chiesto se poteva alzarsi e andare
a fumarsi una sigaretta. È
finito così l’unico tentativo di fare una terapia.
Ho fatto tutto da sola. Non
so se è abbastanza, ma tutto da sola.
A presto, se lo vorrà
Bianca
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